Da qualche anno a questa parte in Occidente si combattono guerre per la libertà di parola. Guerre di carta, ovviamente, che ogni tanto deviano dalla teoria e si fanno pratica sotto forma di censura o di aggressione fisica. Le chiamano «guerre culturali» e la posta in gioco è – alla fine dei conti – l’esistenza stessa della verità, la quale tende a svanire ogni volta che il linguaggio si distacca dalla realtà per consegnarsi all’artificio. Talvolta sembra che queste battaglie sulle parole siano questione di vita o di morte per i contendenti che si affrontano sul campo, e in effetti da molti punti di vista lo sono. Ma come in tutte le guerre c’è chi è pronto ad abbandonare il campo o a tradire la causa in cambio di potere o denaro.
Sembra essere il caso del governo laburista britannico, che ha ritirato la legge sulla libertà di parola voluta dal governo conservatore in virtù di un mefitico miscuglio di ideologia woke e interessi economici. Bridget Phillipson, fresca di nomina a capo del ministero dell’Istruzione, ha annunciato – a pochi giorni dall’entrata in vigore della norma – il blocco dell’Higher Education (Freedom of Speech) Act 2023, ovvero una delle più rilevanti misure culturali messe in campo dalla destra britannica, e ha fatto sapere che prenderà in considerazione l’idea di abrogarlo. Questa legge, in estrema sintesi, era nata per costringere le università a promuovere attivamente la libertà di parola. E non si trattava di una cosa da poco visto che la grandissima parte delle culture wars viene combattuta proprio dentro gli atenei, i luoghi in cui alligna il peggiore wokismo. Censure, cancellazioni, riscritture di capolavori della letteratura: in questi anni le università anglosassoni ci hanno abituato alle più terribili infamie. I conservatori britannici – che pure a livello culturale hanno i loro bei problemi – hanno cercato di porre un freno all’esondazione della correttezza politica, cercando di tutelare quella libertà che dovrebbe costituire il cuore puro della civiltà europea. I laburisti, pronti via, hanno invece deciso per la retromarcia. Come riporta il Telegraph, «il Dipartimento per l’Istruzione ha affermato che il disegno di legge avrebbe avuto un impatto “negativo” sui gruppi vulnerabili e che avrebbe esposto le università a costose azioni legali da parte del mondo accademico se fossero incorse in violazioni della nuova legge». In sostanza, il ministero dell’Istruzione inglese sostiene che la libertà di parola potrebbe essere pericolosa e dannosa per le minoranze. Pur di evitare azioni legali da parte degli attivisti rappresentanti di questo o quel piccolo gruppo sociale, gli atenei possono rinunciare alla varietà dei pensieri e delle opinioni.
Niente male. Questa però è solo la componente ideologica che muove il governo di sinistra. Ne esiste anche un’altra, meno confessabile e ancora più sgradevole. Scrive ancora il Telegraph: «I documenti ufficiali che abbiamo visionato rivelano che sono stati presi in considerazione anche i timori sul fatto che la legge avrebbe potuto causare difficoltà nei rapporti degli atenei con gli Stati autoritari». Rispondendo alle interrogazioni presentate dalla Free Speech Union – organizzazione britannica che si occupa appunto di tutelare la libertà di espressione – i portavoce del governo hanno risposto che da parte delle università «erano state sollevate preoccupazioni circa le “conseguenze per l’erogazione di istruzione superiore in inglese in Paesi stranieri che hanno restrizioni alla libertà di parola”». Significa, in soldoni, che molti atenei inglesi gestiscono campus all’estero per attrarre una clientela internazionale e, ovviamente, per accaparrarsi finanziamenti. Il problema è che questi finanziamenti arrivano anche e soprattutto da nazioni in cui la libertà di opinione non è esattamente la prima preoccupazione delle autorità. Nota ancora il Telegraph che «18 università dispongono di 38 campus in 18 Paesi, con Cina e Malesia come destinazioni più gettonate, seguite da Dubai e Singapore. Il Russell Group, che rappresenta le migliori università del Paese, ha lanciato l’allarme sulle difficoltà che le istituzioni avrebbero dovuto affrontare se avessero dovuto applicare la nuova legge sulla libertà di parola nei loro campus all’estero». Il Dipartimento per l’Istruzione insiste sul fatto che la legge avrebbe potuto «esporre gli studenti a danni e a spaventosi discorsi d’odio nei campus. Ecco perché abbiamo rapidamente ordinato che l’attuazione di questa legislazione venga sospesa in modo da poter considerare i prossimi passi e garantire di poter proteggere al meglio gli interessi di tutti». Ma tra le righe è proprio lo stesso ministero a far trasparire l’esistenza di altri interessi: «Siamo assolutamente impegnati a favore della libertà di parola e della libertà accademica», dice un portavoce dell’Istruzione, «ma il Free Speech Act introdotto l’anno scorso rischia di imporre gravi oneri alle nostre università di fama mondiale». Tradotto dal politichese significa: una norma che protegge e promuove la libertà di pensiero crea problemi nei rapporti con gli Stati autoritari che finanziano largamente il sistema accademico britannico. Toby Young, segretario generale della Free speech union, parlando con il Telegraph non ha usato eufemismi: «Sta diventando sempre più chiaro che la ragione per cui le università hanno esercitato pressioni sul governo per annullare la legge sulla libertà di parola è perché sono preoccupate che possa mettere a repentaglio i loro rapporti con vari regimi autoritari», ha detto. «Bridget Phillipson avrebbe dovuto dire loro di anteporre i principi al profitto. Le università sono ormai totalmente dipendenti finanziariamente dalla Cina e il governo non vuole interferire perché l’alternativa è dover dare loro più soldi, cosa che non vuole fare». La questione, insomma, appare piuttosto chiara. Se una università dipende dalle donazioni di uno Stato straniero – Cina o Stati mediorientali – è evidente che, almeno nelle sedi all’estero, si debba adeguare agli standard locali.
Anche giustamente, chi mette i soldi ha diritto a esercitare un’influenza. Il problema, dunque, non è costituito tanto dalle eventuali richieste o pressioni dei Paesi stranieri, ma dal fatto che il governo britannico non abbia intenzione di spendere più soldi per sostenere le eccellenze culturali. I guai – come spesso accade – non arrivano dall’estero, ma dall’interno dell’Occidente, che è pronto a svilire e svendere i propri valori per tornaconto economico. A queste condizioni, le guerre culturali sono perse in partenza: la libertà di pensiero non vale un bonifico.
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