La reunion dei fratelli Gallagher è anche un pugno alla retorica woke
L'annuncio del ritorno degli Oasis (Getty)
Gli Oasis torneranno a esibirsi: una bella notizia non solo per i loro ammiratori ma per chiunque sia ostile al politicamente corretto. Le parole di Noel Gallagher che bacchettano «chi fa politica sul palco» lo dimostrano.

Per quanto abbastanza attesa, la notizia è grossa e va data subito: i fratelli Noel e Liam Gallagher torneranno a esibirsi assieme, ricostituendo la storica band degli Oasis dopo oltre quindici anni dallo scioglimento del gruppo (l’ultima esibizione risale al 2009), e riprenderanno a farlo con un concerto che, in veste di highliner (ossia di attrazione principale), terranno nel 2025 nell’ambito del celebre festival inglese di Glastonbury. Se l’annuncio nudo e crudo, diffuso ieri in mattinata, ha certamente fatto la felicità dei milioni di estimatori degli Oasis tuttora sparsi per il mondo, c’è almeno un altro motivo per cui la scelta dei fratelli Gallagher di tornare sul palco uno a fianco dell’altro, e di farlo proprio in quel festival di Glastonbury che nel 1994 li consacrò quali stelle di primissima grandezza della musica internazionale, appare rilevante.

L’ultima edizione (svoltasi dal 26 al 30 giugno scorsi) del festival di Glastonbury, evento musical-artistico affermatosi negli anni Settanta del Novecento e visitato ogni estate da oceaniche folle di giovani e meno giovani, è stata infatti accompagnata da una polemica relativa al fatto che, a detta di molti appassionati, l’appuntamento sarebbe ormai, musicalmente parlando, sempre più pop e sempre meno rock, tradendo così la sua natura originaria. A lamentarsi di questa deriva, tra gli altri, è stato il critico Neil McCormick, che sul Daily Telegraph, subito dopo la diffusione del programma di quest’anno, aveva scritto: «Ma è il festival di Glastonbury o è Party in the Park? L’annuncio come headliner della star emergente del dance-pop britannico Dua Lipa e della diva del rhythm and blues americano SZA, al fianco dei Coldplay, ossia il gruppo rock più pop del pianeta, fa di quest’edizione del festival la più “poppeggiante”, tirata a lucido e giovanilistica da… beh, da sempre!».

Ora, noi non sappiamo se l’indie-rock degli Oasis, ampiamente contaminato con il pop, possa indurre McCormick e gli altri detrattori di Glastonbury a giudicare con maggior benevolenza il festival del 2025 rispetto a quello di quest’anno. Ne dubitiamo. Ci sono tuttavia fattori di carattere extra musicale che autorizzano a credere che quella dell’anno prossimo sarà un’edizione sicuramente più rock di quella di quest’anno. Notevolmente più rock: in un certo senso addirittura hard rock. Tali fattori sono rappresentati dalle dichiarazioni, a dir poco caustiche, che proprio Noel Gallagher ha rilasciato un paio di mesi or sono al quotidiano britannico The Sun intorno al festival di Glastonbury e, soprattutto, intorno a chi vi partecipa. Quello di Noel è stato un vero e proprio attacco frontale, come ormai se ne ascoltano pochissimi (soprattutto da parte dei nomi più in vista dello star system), nei riguardi del politicamente corretto e dei suoi tanti, quasi sempre assai ipocriti, adepti. Vale la pena riportare le parole del maggiore dei fratelli Gallagher e leggerle, o rileggerle, con attenzione: «Non mi si fraintenda: io amo Glastonbury, penso sia una delle cose migliori che ci sono in Gran Bretagna, anzi probabilmente è la cosa migliore dopo la Premier League. Il problema è che sta diventando un po’ troppo “woke”: ci sono troppe prediche e troppa esibizione delle proprie virtù morali. Ed è una cosa che non mi piace vedere nella musica». Poi l’affondo: «Piccoli idioti del cazzo che sventolano bandiere e fanno dichiarazioni politiche, band che salgono sul palco e dicono: “Ehi ragazzi, non è terribile la guerra? Facciamo tutti insieme buu alla guerra”. Oppure “Fanculo i conservatori” e cose del genere. Ma suonate le vostre cazzo di canzoni e basta. Al limite donate tutti i vostri soldi alla causa e stop, ma smettetela di parlarne. Il mondo è nella merda e voi siete radunati in un prato a Glastonbury, che problema c’è? Per me non c’è, magari il problema ce l’hai se sei un diciottenne appartenente alla classe media… In ogni caso tutti sanno quello che sta accadendo nel mondo, ognuno ha in tasca un telefono che glielo dice. Che senso ha fare del virtue signalling?».

A Noel, non prima di essersi congratulati con lui per un’invettiva così forte e netta, si potrebbe rispondere che tanti suoi colleghi trovano un senso nel virtue signalling proprio perché quest’ultimo (alla lettera, «segnalazione di virtù») consiste in un’adesione di facciata, che quasi mai si traduce in azioni concrete, ai principi etici attualmente prevalenti, vale a dire quelli che, sostenuti dal pensiero dominante, garantiscono un facile consenso presso media e opinione pubblica. E allora, Noel e Liam – che a quanto pare seguitano ad andare tutt’altro che d’accordo – saranno anche tornati insieme per biechi motivi economici (si stima che il tour del 2025 frutterà sui 400 milioni di sterline, almeno 50 milioni delle quali destinati a ognuno dei due Gallagher), ma – per riprendere la vecchia e sempre efficace distinzione di Adriano Celentano – non ci sono dubbi: il virtue signalling è lento, gli Oasis sono rock.

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