- Il «solitario di Providence» domina il nostro immaginario, dai videogiochi ai film. Il vero mostro è l’insensatezza del tutto.
- Una filosofia del rifiuto della vita che ha ispirato True Detective. Uno degli epigoni del grande scrittore americano è Thomas Ligotti, alla cui opera si richiamano la prima e l’ultima stagione della celebrata serie tv. L’abisso è nel cuore dell’uomo e la coscienza è la sua condanna.
- Che nostalgia il corteggiamento nell’era woke. In Addio, cavaliere! Cesare Catà affronta l’enigma dell’attrazione. Chiedendosi: perché lei e non un’altra?
Lo speciale comprende tre articoli.
«Il mondo puzza. Odora di cadaveri e di pesce putrefatto. Una sensazione di fallimento, di orrenda degenerazione. II mondo puzza. Non ci sono fantasmi sotto la luna tumida; solo cadaveri gonfi e neri, che stanno per esplodere in un vomito pestilenziale. Non parliamo di toccare. Toccare gli esseri, le entità viventi, è un’esperienza empia e ripugnante. La loro pelle, gonfia di gemme orrende, trasuda umori putrefatti. I loro tentacoli succhiatori, i loro organi di presa e masticazione sono una minaccia costante. Gli esseri e il loro orrendo vigore fisico: un groviglio amorfo e nauseabondo, una nemesi puzzolente di chimere meticce; una bestemmia. La vista a volte ci porta il terrore, a volte meravigliosi scorci su architetture da favola. Ma, ahimè, abbiamo anche altri sensi. E questi sensi convergono nel confermare che l’universo è una cosa francamente disgustosa». Difficile trovare una sintesi più efficace della visione di Howard Phillips Lovecraft di quella fornita da Michel Houellebecq nel saggio Contro il mondo, contro la vita. Nelle opere dello scrittore americano nato a Providence nel 1890 e lì defunto nel 1937, Houellebecq ritrova un «odio assoluto per il mondo in generale, aggravato da una particolare avversione per il mondo moderno […] Molti scrittori hanno dedicato le loro opere a chiarire le ragioni di questo legittimo disgusto. Non Lovecraft. Per lui, l’odio per la vita precede tutta la letteratura. Quindi non ha intenzione di ribadirlo. Il rifiuto di ogni forma di realismo è una condizione preliminare per entrare nel suo universo».
Il solitario di Providence – questo il suo noto epiteto – viene considerato uno dei più possenti autori di letteratura fantastica di sempre, un genio dell’horror, un allievo superdotato di Edgar Allan Poe. Come scrive giustamente Salvatore Santangelo nell’introduzione al volume collettaneo Yog-Sothothery. Oltre la soglia dell’immaginario di H.P. Lovecraft (Castelvecchi), «da maestro dell’horror a fenomeno di costume, il mondo partorito dall’immaginazione del Solitario di Providence è una presenza ubiqua che permea ogni aspetto del Mainstream, con una pervasività inimmaginabile per un autore che, durante la sua vita, ha vissuto all’ombra della marginalità letteraria. Oggi, senza temere di essere smentiti, possiamo affermare che Lovecraft è ovunque: un brand potente che dalla nicchia underground ha contaminato la cultura di massa. I suoi personaggi, i suoi Dèi (Azatoh, Yog-Sothoth e Nyarlathotep), i suoi mostri (Cthulhu), la sua pseudogeografia (Carcosa, Sarnath, Miskatonic, Arkham, Innsmouth) e i suoi pseudobiblia (il Necronomicon, i Culti innominabili) sono entrati stabilmente nell’immaginario collettivo. Le sue opere popolano gli scaffali delle librerie in numerose edizioni, le sue citazioni nutrono l’immaginazione di generazioni di imitatori e continuatori. Creazioni culturali che vanno dal fumetto, al manga, al videogioco, dal gioco da tavolo alla musica, passando per i role play (Il richiamo di Cthulhu edito dalla Chaosium è giunto alla sua VII edizione, mentre è stata realizzata una specifica ambientazione legata ai Grandi Miti pensata per Dungeons & Dragons) per approdare alla filmografia (ultimo in ordine di tempo la trasposizione de Il colore venuto dallo spazio con Nicholas Cage) e le serie tv (la prima e l’ultima stagione di The True Detective e Cabinet of Curiosities)».
Di questo raccapricciante cosmo lovecraftiano fa parte a buon diritto Lovecraft – Memorie dall’Abisso (Rizzoli Lizard), romanzo grafico con i disegni dello straordinario Enrique Breccia. Nella prefazione, il celebre regista John Carpenter spiega che «il male può avere origini molto diverse, spesso proviene da un luogo che si trova oltre, là fuori, arriva dall’oscurità che scorgiamo in lontananza, quella che la luce tremolante delle nostre torce ardenti non riesce a dissipare, Il male è l’Altro, l’Estraneo, l’Alieno, ed è sempre temutissimo». E certamente, in Lovecraft, l’alterità è per lo più maligna. Ma resta tuttavia un grande fraintendimento riguardo questa alterità. L’orrore soprannaturale che si attribuisce ad H.P. è in realtà del tutto naturale: anzi è la natura stessa con i suoi legami. Gli incubi ancestrali di Lovecraft si annidano dalle parti di Charles Baudelaire e non altrove. Quel Baudelaire secondo cui la natura è una forza terribile e costrittiva, «spinge l’uomo ad uccidere il proprio simile, a mangiarlo, a sequestrarlo, a torturarlo; ché non appena si esce dall’ordine delle necessità e dei bisogni per entrare in quello del lusso e dei piaceri, si osserva che la natura non può consigliare altro che il delitto».
Salvatore Santangelo, nel suo saggio, avvicina Lovecraft alla pittura di Edward Hopper, alle pennellate che restituiscono l’ansia e l’alienazione dell’uomo moderno. Ma è probabilmente più efficace rifarsi a Egon Schiele, ai suoi corpi lividi che appaiono schiacciati da una forza sconosciuta e soffocante, inquadrati dall’alto mentre un disagio infinito li opprime. Certo, in Lovecraft non c’è nulla dell’erotismo furioso che pervade l’arte di Schiele, ma in fondo il sesso per il pittore austriaco è un ultimo e disperato tentativo di restare vivo. Per il solitario di Providence invece nulla vi è di più temibile del femminile, emblema – esattamente come in Baudelaire – della natura tentacolare. In questo senso, Lovecraft è pienamente uno scrittore del decadentismo. Perfino la sua biografia di ragazzino letargico prima e romanziere recluso poi lo affratella al Des Esseintes di Huysmans, protagonista – che coincidenza – di Contro natura (o A ritroso). Un uomo che si richiude in casa e sfugge all’orrore brulicante della folla, al Male che si annida negli altri e nel creato. Un esteta che crea il suo paradiso artificiale domestico: quello di Lovecraft è solo un po’ più cosmico.
Questa forse è la ragione per cui il nostro presente è così impregnato dell’oscurità lovecraftiana. Il terrore dell’alterità ci incatena e ci affligge. Il nostro isolamento è solo un po’ meno consapevole. La paura, come scrive H.P. nelle sue lettere, è il denominatore comune. E allora i più si sforzano di rifuggirla chiudendosi nel primo paradiso a buon mercato disponibile.
«Pochi esseri sono stati cosi impregnati, cosi trapassati fino all’osso dal nulla assoluto dell’aspirazione umana», scrive ancora di Lovecraft Michel Houellebecq. «L’universo non è altro che una furtiva disposizione di particelle elementari. Una figura di transizione verso il caos. Che alla fine prevarrà. La specie umana scomparirà. Altre specie appariranno e scompariranno a loro volta. I cieli saranno gelidi e vacui, trafitti dalla debole luce di stelle mezze morte, che scompariranno anch’esse. Tutto scomparirà. E le azioni umane saranno libere e prive di significato come i liberi movimenti delle particelle elementari. Bene, male, moralità, sentimenti? Pura finzione vittoriana. Esiste solo l’egoismo. Freddo, imperturbabile e radioso. […] Certo, la vita non ha significato. Ma nemmeno la morte. E questa è una delle cose più spaventose dell’universo di Lovecraft. La morte dei suoi eroi non ha alcun senso. Non porta a nessuna pacificazione. Non consente di arrivare a nessuna conclusione della storia. Implacabilmente, HPL annienta i suoi personaggi senza suggerire nulla di più dello smembramento di una marionetta».
Il terrore dell’altro è terrore della natura, dell’umanità, e del Grande Altro trascendente. Il cielo di Lovecraft è oscuro. È peggio che vuoto: è popolato di un abissale orrore.
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