Il politicamente corretto è il vero razzismo
Ribelliamoci al conformismo usando le parole vere al posto delle idiozie linguistiche che annientano le nostre radici. Diciamo storpio e zingaro invece di disabile e rom, che negano la realtà e sono una forma di disprezzo verso chi viene ritenuto inferiore.


Il politicamente corretto è ferocia pura. La parola storpio non poteva avere valenza negativa, anche perché non ce ne erano altre. Prima che qualcuno coniasse i neutri disabile e portatore di handicap, quale era la parola da usare se non storpio? E come è possibile pensare che l’unica parola esistente potesse essere dispregiativa? Sono stati coniati gli anodini portatore di handicap e disabile, per ovvi motivi burocratici.Questi termini in ambito burocratico sono corretti, al di fuori dell’ambito burocratico hanno una carica di ferocia non più arginabile. Il politicamente corretto è una ferocia dolciastra che ti annega nella melassa, dove non hai più possibilità di reazione. Disabile, portatore di handicap, diversamente abile, non si sa cosa vogliano dire, perché uno può essere disabile perché ha la borsite dell’alluce o perché ha le due gambe amputate.

Le parole disabile e portatore di handicap sono sbagliate perché sono neutre, mentre storpio, focomelico, deforme, sono parole violente, ed essere storpio, focomelico e deforme è assolutamente violento e negarne la violenza con termini neutri apparentemente è un pregio, ma in realtà, come ogni negazione, porta a un’impossibilità dell’elaborazione del lutto. Quando ho una perdita, mi è morta la madre, oppure io ho un corpo contorto e che non mi regge, mentre gli altri possono correre, il primo stadio è la negazione. All’elaborazione del lutto arrivo solo superando la negazione. All’elaborazione del lutto si arriva con la frase. «Io sono diverso, sono speciale, se riesco ad attuare il compito di essere felice nella vita sarà talmente straordinario che darà equilibrio al mondo. E dato che sono speciale quando io raggiungo la felicità e l’equilibrio c’è una forza straordinaria che può illuminare il mondo». «Io sono storpio e posso essere felice lo stesso, e sono felice lo stesso». Questa è l’elaborazione del lutto.

Con «io sono disabile, ma sono felice lo stesso», non funziona perché il termine è neutro, non rende l’idea della sofferenza, della diversità, del terrificante sforzo. L’uso di parole neutre rende impossibile il superamento del lutto. Le persone che vogliono essere chiamate portatori di disabilità o altrimenti abili sono persone che rischiano di non riuscire mai a elaborare il lutto, perché restano tutta la vita al tentativo di non essere diversi, mentre lo sono. Il lutto si elabora riconoscendo le parole che lo indicano. Fa male all’inizio, ma poi si possono raggiungere vette straordinarie.

Uno storpio è uno che ha un pezzo in più: un pezzo in più di dolore, un pezzo in più di coraggio. Posso assumerlo come consigliere se sono un re, posso amarlo e sposarlo, perché anche se le sue ossa e le sue articolazioni hanno una curvatura anomala, lui può essere magnifico. Disabile ha un pezzo in meno, avrà sempre un pezzo in meno. Cieco è una persona che ha una struttura mentale diversa, e potrebbe scrivere l’Odissea. Non vedente ha un pezzo in meno e basta. Le persone che non osano usare le parole storpio e deforme sono intimamente convinte che le persone storpie o deformi non possano mai essere felici. E invece possono essere felici, possono avere una vita ancora più bella e più piena di quelli sani, ma ci possono arrivare dal superamento dei loro limiti fisici e la negazione impedirà questo superamento per sempre. I termini neutri inchiodano nella negazione. Noi non osiamo più usare la parola storpio usata nella Bibbia perché abbiamo perso di spiritualità. Tutto quello che conta è il corpo e come puoi dire a qualcuno che il suo corpo è deforme? Le parole normalmente usate da Gesù Cristo, che guarisce paralitici e ciechi oggi ci suonano «cattive». Le parole di Edmondo De Amicis, il bambino storpio, la scuola dei bambini ciechi, ci suonano tremende, ma è un nostro errore.

L’uso dei termini neutri ha due effetti collaterali gravi: se usare la parola storpio è cattivo, chiunque abbia usato questa parola è cattivo, quindi stiamo accusando di cattiveria tutta la cultura precedente a noi, dalla Bibbia al libro Cuore. Secondo effetto collaterale: quello che non si osa pronunciare, non si osa viverlo. È normale non far nascere bambini che verrebbero definiti con gli insopportabili deforme, storpio, focomelico. L’eugenetica nasce dalle parole e dalla loro negazione. Noi abbiamo diviso l’umanità in normalmente abili e diversamente abili: è come il buono e «sbuono» di George Orwell e ora stiamo cortesemente facendo in modo che i diversamente abili non nascano più, interrompendo le gravidanze che li produrrebbero tra il terzo e il quinto mese a seconda di come sono gli esami, e al quinto mese il feto è assolutamente in grado di sentire dolore, oppure, come in Olanda, sopprimendo i neonati con trisomia 21 e spina bifida, accidentalmente sopravvissuti a ecografie e amniocentesi. E il bello è che ci sentiamo tanto buoni quando diciamo diversamente abile. Il politicamente corretto è la più violenta forma di razzismo e disprezzo dei diversi. Se non oso usare la parola storpio è perché dentro di me considero quella parola le stigmate di un’ inferiorità innegabile.

La parola negro nella normale lingua italiana, quella di Dante Alighieri e Alessandro Manzoni, dei miei genitori e dei miei nonni indica una persona umana di origine africana e non ha mai avuto valenza dispregiativa. La valenza dispregiativa è stata inventata per motivi di traduzione, anzi di doppiaggio. Nei libri si traduceva nigger, termine violentemente dispregiativo con «sporco negro» e black man con negro. Il libro di Richard Wright fu tradotto Ragazzo negro. Quando è morto Martin Luther King i titoli furono È morto il grande uomo politico negro, Lutto e manifestazioni nei quartieri negri. Il problema era il cinema. La parola nigger si pronunciava in un suono solo e se il doppiatore pronunciava sporco negro era troppo lungo, allora si inventò che negro avesse avuto una valenza dispregiativa e che nero, che fino a quel momento era stato un aggettivo, indicasse le persone di origine africana.

Effetto collaterale: un bischero qualsiasi che negli anni Ottanta si è inventato questa bischerata, ha potuto dare degli sporchi razzisti a Dante, Manzoni, Silvio Pellico, Don Sturzio, Giacomo Matteotti, Luigi Einaudi, i miei genitori, i miei nonni, e ogni italiano sia esistito o abbia parlato prima degli anni Ottanta. Vi sfido a trovare un testo, romanzo o giornale precedente agli anni Ottanta che contenga la parola nero come sostantivo che indichi un uomo di origine africana, come vi sfido a trovare un testo precedente agli anni Sessanta che contenga la parola disabile. E non è perché rispettassero i disabili di meno, ma il contrario, perché li rispettavano di più. Storpio indicava una caratteristica, come biondo o lentigginoso. Imparare a ribellarsi al politicamente corretto è un inizio di addestramento permanente al non conformismo, al coraggio. Piantiamola di permettere a un pugno di bischeri di decidere che una parola è ignobile e sbagliata, di dare dell’ignobile e dello sbagliato a tutto il nostro popolo. Il razzismo consiste nel giudicare cattiva azioni che cattive non sono, azioni inevitabili per un certo popolo. Chi si adatta agli ordini di questo pugno di zuzzerelloni e impara a usare i loro termini idioti è «buono»; tutti gli altri sono «cattivi» o, meglio «sbuoni». In italiano decente si dice zingaro, termine contenuto anche nelle opere di Giuseppe Verdi. La parola rom non ispira più simpatia della parola rom. Cambiare le parole non crea un maggiore entusiasmo quando il campo nomadi è davanti casa tua. Il politicamente corretto non è innocuo. È violenza allo stato puro. Le idiozie linguistiche del politicamente corretto sono la prima zuccherosa violenza per annientare le sue radici. E senza identità ci candidiamo a diventare un popolo di schiavi o un popolo di morti. O semplicemente un non popolo di non nati.

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