In effetti, se i migranti camminassero sulle acque, sarebbe un bel problema. È vero che così elimineremmo subito le Ong, ma è anche vero che gli stranieri arriverebbero a piedi senza problemi, e in gran numero. Fortuna che il migrante camminatore è uno soltanto: si chiama Yvan Sagnet, viene dal Camerun e interpreta Gesù nella nuova opera del registra teatrale svizzero Milo Rau. Uno che, negli anni passati, si era distinto per le idee originali e interessanti, ma a quanto pare ha deciso di svendersi alla banalità imperante. Il capolavoro in questione si intitola Il nuovo Vangelo e viene presentato come «una nuova versione filmica della storia forse più famosa al mondo, ossia dell’insurrezione di Gesù Cristo contro l’impero romano». Che Gesù avesse organizzato un’insurrezione ci sembra una notizia: noi pensavamo che i suoi obiettivi fossero altri, ad esempio sacrificarsi per la salvezza dell’umanità. Probabilmente abbiamo letto male.
Il protagonista di questa «via Crucis» (così è venduta), dicevamo, è Yvan Sagnet. Nel suo blog sul Fatto Quotidiano si racconta così: «Sono nato il 4 aprile del 1985 a Douala (Camerun), sono giunto in Italia per motivi di studi nell’agosto 2008. Nel 2013 ho conseguito la laurea in ingegneria delle telecomunicazioni presso il Politecnico di Torino».
Sagnet ha ottenuto un poco di celebrità perché è stato «nel 2011 il portavoce durante lo sciopero alla masseria Boncuri (Nardò) durato un mese contro i caporali e gli imprenditori agricoli e che portò all’introduzione del reato di caporalato». Insomma, l’ingegnere ha fatto il portavoce dei braccianti, e ne ha ricavato un impiego alla Flai Cgil, parecchia visibilità, due libri con Fandango, una coccarda conferita dal presidente Sergio Mattarella. Quindi ha fondato una associazione chiamata No cap e si è dedicato all’attivismo a tempo pieno, scatenandosi non appena la Lega è giunta al governo. Adesso arriva il giusto coronamento (di spine) alla brillante carriera: il ruolo di Gesù nella produzione di Milo Rau.
Il regista ha deciso di realizzare un imponente baraccone che unisce cinema e teatro. Il suo Nuovo Vangelo diventerà una sorta di docufilm, ma sono previste anche performance pubbliche. La prima si terrà a Matera il 28 di settembre: il Gesù nero farà il suo «ingresso a Gerusalemme». Tra il 5 e il 6 ottobre ecco «La passione di Cristo», mentre il 10 di ottobre al Teatro Argentina di Roma ci sarà «L’assemblea pubblica».
Il tutto è organizzato nell’ambito degli eventi per Matera, capitale della cultura 2019. Alla produzione, infatti, partecipano Fondazione Matera Basilicata 2019, Consorzio teatri uniti di Basilicata e Teatro di Roma. I patrocini pubblici, ovviamente, si sprecano: governo, Regione, ministero dei Beni culturali, Unione europea…
Figurati se un carrozzone del genere non doveva essere realizzato (anche) a carico nostro. Quando c’è da portare avanti un’iniziativa politicamente corretta energie, denari e spazi non mancano mai. E infatti Il nuovo Vangelo è il trionfo della fuffa buonista dei nostri tempi. «Nell’Italia meridionale», si legge nel comunicato di presentazione, «ai confini estremi dell’Unione europea, dove i rifugiati africani che lavorano come braccianti e i piccoli agricoltori, disoccupati a causa dell’importazione del frumento dall’estero, lottano per sopravvivere, Il nuovo Vangelo rimette in scena gli atti e la morte del fondatore religioso più autorevole della storia mondiale». E chi sarebbero «i reietti, gli offesi, gli emarginati di oggi?». Chiaro: i migranti. In teoria, questa dovrebbe essere un’opera choccante. «Che cosa rimane del messaggio evangelico nell’era dello sfruttamento globale?», si domanda il comunicato stampa ufficiale. «E come reagirebbe la Chiesa ufficiale al nuovo profeta, magari nero, magari donna, e ai suoi apostoli?».
Beh, se il regista e i suoi collaboratori fossero un poco più attenti, saprebbero che la «Chiesa ufficiale» ha sposato completamente la loro posizione. Il Gesù nero messo in scena da Milo Rau è solo l’evoluzione del presepe migrante propagandato da Famiglia Cristiana lo scorso Natale. Da un lato, tale sovrapposizione politica e ideologica mostra che l’opera di Rau non è per niente scandalosa, anzi è del tutto intonata al coro del potere. Dice di voler combattere lo «sfruttamento globale», e intanto propaganda le frontiere aperte che lo permettono. Dall’altra parte, però, viene da riflettere sulla sorte della Chiesa.
Negli ultimi tempi parte delle gerarchie ecclesiastiche ci ha fatto sapere che dobbiamo vedere Cristo nei migranti, ha magnificato i presepi con i barconi e ci ha presentato Matteo Salvini come il demonio, contribuendo all’ascesa del mostriciattolo giallorosso. Ora, grazie all’opera di Milo Rau, ci rendiamo conto che questa Chiesa è del tutto superflua. A farci la morale e a mostrarci il Cristo migrante bastano intellettuali e attivisti di sinistra (e nessuno si indignerà per il loro uso dei simboli religiosi).
Tolta la fede, resta l’ideologia, e allora dei preti non v’è necessità: i militanti bastano a sé stessi. Anzi, sono loro che dettano la linea alla Chiesa. «Come grande finale del film», si legge nel comunicato stampa, «nell’ottobre 2019 Gesù ed i suoi discepoli si avviano verso Roma. Qui papa Francesco, conosciuto per le sue posizioni liberali e sociali, viene messo di fronte al Nuovo Vangelo. Si crea così un incontro […] tra la Chiesa ufficiale e quella dissidente, nella città di Roma, centro del potere mondiale ai tempi di Gesù e oggi […] capitale di uno dei governi europei più ostili verso i migranti e le minoranze». Prevedibile: la baracconata del Gesù nero è stata pensata come una manifestazione antisovranista con la benedizione di varie istituzioni pubbliche. Purtroppo per Sagnet e soci, però, a Roma, nei Palazzi del potere, non troveranno più Salvini, ma i loro amici dem. Quelli che lo sfruttamento, dopo averlo permesso, intendono alimentarlo di nuovo. Amen.
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