Macron rosica e tenta lo sgambetto: piuttosto che Roma, tutti a Ginevra
Emmanuel Macron (Ansa)
Spiazzata dall’attivismo italiano la guida dei «volenterosi» prova a riprendersi la scena. E spinge la Svizzera, che Mosca però non ritiene neutrale. Intanto la brigata ucraina aiutata da Parigi è in emergenza diserzioni.

La buona stella che ha accompagnato il presidente francese, Emmanuel Macron, durante i suoi sette anni al palazzo dell’Eliseo brilla ancora meno da quando Roma è tornata a essere centro dello scacchiere internazionale. Ovviamente questo non piace al capo dello Stato transalpino, abituato a farsi passare per il primo della classe e a pestare i piedi come un bambino capriccioso quando le cose non vanno come vorrebbe lui, per questo pare che stia facendo di tutto perché i colloqui di pace tra Ucraina e Russia si svolgano in Svizzera. Fonti diplomatiche parlano dell’ipotesi di Ginevra, dove si trova anche una delle sedi delle Nazioni Unite, che a quanto pare piacerebbe anche ai governi di Berlino e Londra che si sono associati a Macron nella combriccola dei «volenterosi». Una coalizione che, almeno per ora, non è riuscita a combinare nulla di concreto, a parte lo sparare a zero sulle attività diplomatiche di Giorgia Meloni e del governo italiano. Che il governo di Parigi non apprezzi quello di Roma e l’Italia, considerata dai papaveri politici transalpini come una specie di terzo mondo senza Stato di diritto, non è una novità. Questo astio misto a spocchia aumenta quando a Roma governa la destra. Basti ricordare i sorrisini dell’ex presidente, ora condannato o sotto processo, Nicolas Sarkozy (e Angela Merkel) ai tempi dell’uscita di scena di Silvio Berlusconi. O, ancora, quando l’ex premier macronista Gabriel Attal definiva «vomitevole» la linea del governo italiano quando, nel 2018, Matteo Salvini aveva negato l’approdo alla nave Aquarius, della Ong Sos Méditerranée. E poi come dimenticare l’ex premier, Elisabeth Borne, che, dopo la vittoria della Meloni nel 2022 si era sentita obbligata a dichiararsi «attenta» al rispetto da parte dei futuro governo italiano dei «diritti umani» e «in particolare del rispetto del diritto all’aborto».

A questa lunga serie di scorrettezze diplomatiche compiute da vari governi parigini nei confronti dell’Italia si sono aggiunte le sbandate del presidente Macron, che hanno avuto come sfondo l’elezione del nuovo Papa e le trattative per la fine della guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Prima ci sono stati gli screzi con la stampa italiana che parlando dell’iperattivismo del presidente francese prima dell’inizio del conclave, aveva scatenato le ire dell’Eliseo e del codazzo di media mainstream transalpini che accusavano le testate di destra italiane di essere agli ordini di Meloni. Poi c’è stato il vertice della Comunità politica europea (Cpe) a Tirana, in occasione del quale si sono incontrati il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il suo omologo francese e gli altri «volenterosi»: il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il premier britannico, Keith Starmer, e quello polacco, Donald Tusk. I media mainstream italiani hanno sostenuto che Meloni non sarebbe stata invitata a questo summit improvvisato a causa di un ipotetico «isolamento» dell’Italia. Come già scritto dalla Verità le precisazioni, diffuse da Palazzo Chigi e le controdichiarazioni ringhiose dell’Eliseo hanno permesso di smentire la favoletta dell’Italia isolata e le intenzioni vere dei «volenterosi» in tema di truppe. Dopo la presunta esclusione di Meloni dal summit improvvisato ai margini della Cpe, il presidente del Consiglio ha ricevuto a Roma il vicepresidente americano, JD Vance e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che non sono proprio dei signori nessuno. E mentre Macron faceva l’offeso, le trattative diplomatiche continuavano ad altissimo livello.

Nella serata di martedì, c’è stato un colloquio telefonico tra il presidente del Consiglio Meloni e papa Leone XIV. Il pontefice ha confermato la disponibilità della Santa Sede a ospitare i negoziati. L’ipotesi di un incontro in Vaticano tra russi e ucraini è stata anche menzionata sul social Truth dal presidente americano, Donald Trump. Ma il lavorìo per riuscire ad arrivare alla pace in Ucraina sembra non contare nulla al di là delle Alpi, forse perché l’idea non è venuta da Parigi. E così, come detto, l’ipotesi di colloqui di pace a Ginevra vengono sostenuti con forza. La pista della città svizzera è stata indirettamente confermata dal governo elvetico che, secondo il quotidiano Le Temps, ha detto che il Paese alpino è «disponibile». Tuttavia, il fatto che la Svizzera abbia deciso di partecipare alle sanzioni disposte dall’Unione europea contro la Russia, potrebbe sfavorire l’ipotesi di colloqui di pace a Ginevra, almeno dal punto di vista di Mosca.

Al di là degli sgambetti a chi non fa quello che vuole lui, Emmanuel Macron ha dovuto incassare un’altra mezza sconfitta proprio in Ucraina. In effetti i media francesi hanno parlato di un’ispezione disposta l’altro ieri dall’esercito di Kiev nei confronti della brigata numero 155 meccanizzata «Anne de Kiev», dal nome della regina dei franchi che era di origine ucraina. Si tratta di un’unità militare formata ed equipaggiata in parte dalla Francia per sostenere l’Ucraina dopo l’aggressione russa del 2022. Fin dal suo dispiegamento al fronte, la brigata Anne de Kiev si è trovata al centro di problemi. In particolare sembra che l’unità militare sostenuta da Parigi soffra di una penuria di droni. Peggio ancora, sempre secondo i media francesi tra cui Le Figaro e Le Parisien, dei soldati della brigata l’avrebbero abbandonata. Un ufficiale dell’unità militare sarebbe anche stato arrestato con l’accusa di malversazione e di estorsione nei confronti dei suoi subordinati. La vicenda è solo agli inizi e vale la presunzione di innocenza, ma i problemi della Anne de Kiev non fanno bene all’immagine di Macron.

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