Napoli prigioniera delle glorie passate. Dramma per la 10 di Maradona a James
Per lasciare il Real, Rodriguez potrebbe esigere la maglia che fu del Pibe. Tutelare la memoria? Giusto, se non azzoppa il futuro.

Due sacrilegi sono già agli atti, c’è poco da protestare. Nel 2004 è Roberto Carlos Sosa, armadio argentino a tre ante arrivato al Napoli dall’Udinese, a indossare abusivamente la maglia numero dieci di Diego Armando Maradona davanti a tifosi pietrificati prima dallo stupore e poi dall’orrore. E nel 2006, toccato il fondo si comincia a scavare perché lo fa anche l’uruguagio Mariano Bogliacino, che dopo avere segnato un gol al Frosinone coglie il senso dell’immensità. E mostra in lacrime una maglietta con l’immagine del Pibe e la scritta: «Chi ama non dimentica, onore a chi ha fatto la storia del Napoli».

È il periodo nero del fallimento e della Serie C, dove la numerazione delle maglie va dall’uno all’undici e non ci sono divinità. Sono i primi passi di Aurelio De Laurentiis alla presidenza e i problemi di sopravvivenza distolgono l’attenzione dal sacro e dal profano. Dunque anche da quella maglia numero dieci che nessuno doveva toccare e che nessuno, dopo i due carneadi, effettivamente toccò. Oggi, in un’altra era geologica, il problema si ripropone mentre James Rodríguez si avvicina al golfo di Ermanno Rea e di Felice Caccamo con una richiesta del tutto naturale, portarsi sulle spalle il dieci. Non fosse altro che per il fatto che uno dei suoi soprannomi è el Diez; l’altro è el Bandido per il modo devastante con cui scardina le difese. Carlo Ancelotti sponsorizza l’idea, anche perché non ha alcuna intenzione di veder saltare l’operazione per un dettaglio. Solo che il dettaglio ha una valenza psicologica enorme e sta già facendo ribollire via Caracciolo: è giusto o sbagliato indossare la maglia di Maradona?

Dopo il ko tecnico arrivato al momento del passaggio di Maurizio Sarri sulla panchina della Juventus, ora Napoli è chiamata all’ennesima stucchevole prova di maturità calcistica: sopportare che un altro essere umano (pur fenomenale dalla trequarti in avanti) possa portare a spasso la dieci azzurra. Peraltro ritirata nel 2007 con una certa solennità dal De Laurentiis medesimo. Poiché il mito è trasversale rispetto alle arti, il problema in fondo è il medesimo dell’attribuzione della cattedra che fu di Albert Einstein all’Università di Princeton, momento topico nella storia dell’ateneo.

Qui gli schieramenti sono due ed è difficile pensare di amalgamarli. Da una parte c’è il tifoso che ama Maradona e spera che con quella maglia sulle spalle James Rodriguez ne ripercorra i solchi fino ai campi elisi dello scudetto; dall’altra c’è il tifoso che ama Maradona e non avrebbe problemi a far sapere a Rodríguez che quella maglia pesa come un macigno e sarebbe meglio prima vincere, poi indossarla in quanto premio supremo. Come disse Tom Hanks colpito a morte al frivolo Matt Damon nella scena clou di Salvate il soldato Ryan: «Mèritatela».

Meglio parlarne subito perché la querelle è in rapido avvicinamento. Al colpo Rodríguez manca poco, il giocatore ha detto sì al trasferimento a Napoli soprattutto perché sa che con Ancelotti può rinascere e tornare a fasti mai più raggiunti. Nel periodo del tecnico italiano sulla panchina dei blancos (2014 e 2015), il fantasista colombiano ha messo insieme i numeri migliori della sua carriera: in 51 partite 18 gol e 19 assist, una perla ogni tre gare, calciatore decisivo all’altezza della Scarpa d’oro conquistata al mondiale brasiliano. Dopo, con tutti gli altri, è stato solo un ballerino di fila, fino alla cessione in prestito al Bayern Monaco dove ritrovò Carletto in panchina e ricominciò a giocare con frequenza.

Rodríguez ha 28 anni, la voglia di riscattarsi e la certezza che a Napoli, con la maglia perfetta sulla schiena, diventerà un piccolo Cristiano Ronaldo. Ci sono ancora un paio di numeri fra sogno e realtà, dipendono dai due presidenti Florentino Pérez e De Laurentiis: l’affare dovrebbe chiudersi con un prestito da dieci milioni e il riscatto fra un anno a 30 milioni. Il Real ha necessità di rientrare nei parametri del fair play finanziario e non si opporrà. L’accordo sullo stipendio del giocatore c’è già, con il beneplacito dell’agente Jorge Mendes, lo stesso di CR7: contratto di cinque anni a 6 milioni l’anno più bonus.

Fra le variabili ci sono i diritti d’immagine e il marketing personale del giocatore, che ha valenza planetaria e presuppone il dieci sulla schiena. Lo ha avuto a Monaco, al Real Madrid, in Nazionale. Solo al Bayern ha dovuto cedere perché quando è arrivato stava scritto sulla maglia di un certo Arjen Robben. Dal ritiro della Colombia in Coppa America (dove è partito a razzo), Rodríguez non ha alcun sentore del problema e si limita a dire con professionale circospezione: «Non so dove giocherò l’anno prossimo, dipende dal Real Madrid. Io da qui non posso fare nulla, con Zidane non ho mai parlato».

Siamo ai dettagli, anche a quelli di importanza omerica come la diez per el Diez. Senza nulla togliere alla sacralità della memoria, anche le Torri Gemelle sono state sostituite da un altro grattacielo simbolo e Notre Dame sarà ricostruita. Il rispetto per la storia è un valore, ma lo Sport diventa adrenalina quando parla al presente e al futuro. Sarebbe stupendo rinverdire il Ricordo, anzi alleggerirlo e modernizzarlo impedendogli di diventare polveroso modernariato, con il volto di un fenomeno nuovo che dopo un gol decisivo (e a costo di farsi ammonire) mostra la maglia. Quella stessa maglia.

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