«Voglio esprimere la mia stima verso la delegazione sindacale per l’atteggiamento costruttivo nel rappresentare i lavoratori riconoscendo al tempo stesso l’importanza di raggiungere i nostri obbiettivi aziendali». Nessuno lo sospetterebbe, ma queste parole di apprezzamento e fiducia verso il sindacato appartengono a Sergio Marchionne.
Non sono rivolte alla triplice, bensì allo United auto worker, il sindacato americano del settore auto con cui Fca più di dieci anni fa firmò un accordo preliminare per il rinnovo del contratto. A spiegare la differenza tra i toni usati dall’allora ad in America e quelli ascoltati in Italia c’è una lunga lista di motivi. «Diffusa è l’ipotesi che dietro gli abbracci tra Marchionne e l’allora presidente Uaw, Dennis Wiliams, si celino innanzitutto mutue convenienze: nel corrente tentativo di innescare una fusione», spiegava all’epoca Franscesco Nespoli di Adapt, «con il colosso rivale General Motors, a Marchionne servirebbe conquistare un alleato che di quell’azienda detiene il 9% delle quote». D’altronde l’importanza del potere azionario del sindacato in America era rappresentata proprio dalla storia dell’acquisizione di Chrysler da parte di Fiat, conclusasi nel gennaio 2014 grazie all’acquisto da parte della casa italiana del 41,4% della quota di proprietà di Veba, il fondo sanitario gestito proprio da Uaw. Già in seguito a quel passaggio Marchionne aveva potuto dichiarare al New York Times che il sindacato aveva «compreso pienamente l’azienda».
C’era però anche stima reciproca e la consapevolezza che il sindacato negli Usa faccia gli interessi dei lavoratori e al tempo stesso tuteli l’indipendenza dell’azienda con cui collabora o con cui viene a patti dopo aver, se è il caso, fatto le barricate. È facile immaginare che se non si ha il carattere di un Marchionne si provi verso i sindacati Usa anche un ulteriore senso di timore. Lì le serrate le sanno fare bene. Così, all’indomani dell’annuncio da parte di Uaw dell’intenzione di scioperare contro quella che oggi è Stellantis (per il mancato rispetto dei piani di produzione) Carlo Tavares, l’attuale ad, si sia affrettato a prendere un aereo per volare negli Stati Uniti. Per trovare una strada per uscire da questa fase complessa (oltre alle minacce di scioperi, anche il problema die tgali e della class action), secondo quanto risulta a Reuters, l’ad affronterà in prima persona la situazione negli uffici di Detroit.
Obiettivo: formulare una nuova strategia. L’utile operativo di Stellantis nel primo semestre è diminuito del 40% e la colpa è soprattutto della pessima performance a livello commerciale in Nord America, l’area geografica dove il gruppo di solito fa più ricavi e margini. Tavares ha ammesso di non aver agito abbastanza velocemente per affrontare i problemi locali, riconoscendo anche di essere stato arrogante nel gestire la situazione. Ora, però, stando a quanto scrive Reuters vuole «riportare la disciplina finanziaria, aumentando le vendite senza sacrificare i margini o bruciare liquidità». Fin ad oggi le sole mosse dell’azienda si erano limite al taglio dei costi. Lo ha fatto elaborando un nuovo piano di esodi incentivati per ridurre il personale e anche con il licenziamento di quasi 2.500 operai nello stabilimento di Warren Truck. Mosse che hanno messo in allarme il sindacato Uaw, che ha poi minacciato, come La Verità ha riportato ieri, lo sciopero nazionale accusando Stellantis di non rispettare gli accordi stipulati nel 2023 con la firma del nuovo contratto collettivo. Qui sta il punto. Negli Usa se i sindacati si approcciano alla politica lo fanno come ai tempi di Marchionne, coinvolgendo Barack Obama, con l’obiettivo di portare a termine una partita finanziaria e industriale.
Purtroppo da noi il senso della politica per i sindacati – e vale soprattutto per la Cgil di Maurizio Landini – sta nel rincorrere la bandiera dell’antifascismo e nel raccogliere firme contro riforme costituzionali che nemmeno di striscio toccano la vita e il futuro dei metalmeccanici. La Cgil si batte contro il governo. Mai contro la proprietà di Stellantis. E non c’è solo il senso di scarsa opportunità nel finire intervistati settimana sì e settimana sì sul giornale degli Elkann, a mancare è la solidità del ruolo, la strategia e la volontà di mettersi in gioco come elemento del puzzle industriale. In questo il nostro Paese dovrebbe imparare dagli Usa e dai loro sindacati. Da noi gli scioperi sono mero colore, là Oltreoceano sono un pericolo da scongiurare. Se Uaw sciopera i fondi di investimento accendono subito un faro e il titolo in Borsa ne risente immediatamente. Gli azionisti se il titolo non cresce, o come nel caso di Stellantis crolla, alzano il tiro e passano alla class action. Un bel circolo vizioso. Ecco perchè Tavares fa subito un viaggio intercontinentale di fronte a una semplice minaccia, mentre non si scomoda nemmeno se a scrivere un comunicato è la sigla italiana.
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