Parigi di nuovo senza un governo. Il Parlamento manda a casa Bayrou
Ll’Assemblea nazionale francese (Ansa)
  • Il voto di fiducia chiamato dallo stesso premier si rivela un autogol pazzesco: in 364 staccano la spina all’esecutivo del centrista. Marine Le Pen: «Fine di un’agonia, ora il voto e poi risaneremo il Paese».
  • Verso la nomina di un nuovo primo ministro. Altrimenti elezioni o dimissioni di Macron. Intanto quest’ultimo consulta i giuristi per sapere se poter scippare i poteri dell’Aula.

Lo speciale contiene due articoli.

La Francia di Emmanuel Macron è di nuovo senza governo. Ieri sera l’Assemblea nazionale ha votato a maggioranza la sfiducia al governo di François Bayrou. Nel dettaglio: 364 deputati hanno votato contro la mozione di fiducia, 194 a favore, mentre 25 si sono astenuti. Macron ha «preso atto» del voto, dichiarando di voler nominare il successore di Bayrou «nei prossimi giorni».

Poco dopo il voto, il capogruppo del partito macronista Renaissance, Gabriel Attal, ha invitato Macron a «condividere il potere» nominando un «negoziatore». Jean-Luc Mélenchon, fondatore del partito di estrema sinistra de La France Insoumise (Lfi) ha invitato l’inquilino dell’Eliseo a «smammare». Oltralpe, l’atmosfera è da fine impero.

Dal pulpito dell’Assemblea nazionale, Bayrou ha ricordato ai deputati che «la Francia non ha un bilancio in pareggio da 51 anni. Siamo in pericolo di vita». Poi si è lanciato in una litania di oscuri presagi: «I debiti si accumulano», «avete il potere di rovesciare il governo» ma «non di cancellare la realtà».

Nel dibattito parlamentare seguito alle dichiarazioni del premier uscente, la leader del Rassemblement national (Rn), Marine Le Pen, ha rimandato al mittente gli allarmi lanciati da Bayrou. Per Le Pen dopo «cinque decenni di gestione costosa» dello Stato «i colpevoli» sono tutti i «governi di destra come di sinistra» che si sono succeduti in Francia. La responsabile Rn ha poi detto che la crisi apertasi ieri rappresenta «la fine dell’agonia di un governo fantasma». La stessa ha poi attaccato Macron, affermando che sciogliere l’Assemblea nazionale è «un obbligo» e che «un presidente non ha mai torto a rimettersi al popolo». Per Le Pen, «se il popolo» darà al suo partito «la maggioranza assoluta», questo andrà «a Matignon (sede degli uffici dei premier francesi, ndr) per operare un’azione di risanamento nazionale, senza aspettare le presidenziali». Parole al vetriolo sono arrivate dalla deputata Lfi Mathilde Panot che ha detto «se ne vada Bayrou e che Emmanuel Macron la segua».

Il socialista, Boris Vallaud, ha ribadito di essere «pronto a governare». Un’ipotesi questa che, come ha scritto nei giorni scorsi La Verità, non dispiacerebbe affatto a Macron e che ha trovato ampio spazio nei media mainstream d’Oltralpe. Il deputato comunista Stéphane Peu ha ironizzato sul fatto che «come il soldato Ryan (dal titolo del film di Steven Spielberg, ndr) lei deve salvare il presidente Macron». Gli ecologisti hanno ripreso a far girare il disco rotto dell’estate 2024, quella del dopo elezioni anticipate. Cyrielle Chatelain dei Verdi ha chiesto «un premier venuto dai ranghi del Nuovo Fronte popolare», ovvero la coalizione di circostanza delle sinistre creata a tavolino solo per le legislative dell’anno scorso, ma andata ben presto in frantumi. Anche il gruppo misto Liot ha chiuso la porta in faccia a Bayrou. Persino tra le file della maggioranza il sostegno al primo ministro uscente non era scontato. Da un lato, Attal e il rappresentante di Horizons, il partitino dell’ex premier Edouard Philippe, hanno assicurato un supporto granitico a Bayrou. Dall’altro Laurent Wauquiez, leader dei deputati della destra moderata de Les Républicains (Lr) ha ribadito la libertà di coscienza lasciata ai suoi colleghi parlamentari.

La via crucis del governo francese, che ha portato al voto parlamentare di ieri, era iniziata il 25 agosto scorso. Bayrou aveva annunciato che avrebbe sottoposto il suo esecutivo ad un voto di fiducia dell’Assemblea nazionale. Un fulmine a ciel sereno. Sulla carta, la mossa del premier uscente puntava a responsabilizzare i partiti politici che sostenevano la sua squadra: macronisti, centristi e gli Lr. All’inizio l’ex premier, nonché il suo ministro dell’Economia, hanno fatto la voce grossa ricordando che la Francia ha un debito pubblico enorme. Bayrou era riuscito a spaventare i suoi connazionali ipotizzando la soppressione di due giorni festivi. L’ormai ex titolare dell’economia, Eric Lombard, invece, era arrivato a dichiarare che «sui 44 miliardi» di tagli «dovremo tenere» senza escludere il rischio di un intervento del Fondo Monetario Internazionale. Bayrou aveva anche dichiarato che è colpa del «dumping fiscale» voluto da Giorgia Meloni se i paperoni transalpini mollano la Francia per trasferirsi in Italia. Lombard invece aveva detto: «Scommetto che nei prossimi quindici giorni pagheremo il nostro debito più dell’Italia». Con il passare dei giorni i toni minacciosi si erano trasformati in aperture. Come detto, Bayrou ha aperto sull’aiuto sanitario di Stato, Invece Lombard, ha fatto l’occhiolino alla gauche, parlando di «concessioni» in sede di discussione della finanziaria.

La Francia di Emmanuel Macron è entrata in una fase di profonda incertezza che, probabilmente, sarà aggravato dallo sciopero generale organizzato per domani da collettivi di cittadini e sindacati. La palla è nel campo del presidente della Repubblica che, come ha fatto l’anno scorso per ripicca dopo aver perso le europee, potrebbe non rilanciarla ma bucarla.

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