- Anche a guerra finita, lo Stato continuerà a inseguire i dirigenti dell’organizzazione terroristica all’estero. Lo scopo: impedire la riorganizzazione. Ma non mancano i rischi, a partire dalla reazione degli Stati che ospitano i miliziani. Come Qatar e Turchia.
- Dopo il massacro alle Olimpiadi di Monaco, Golda Meir ordinò gli omicidi mirati dei responsabili. Con qualche tragico errore.
- L’offensiva contro il gruppo sciita in Libano è anche psicologica. Così è stata minata la sua coesione interna.
Lo speciale contiene tre articoli.
A 647 giorni dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza e mentre si cerca faticosamente di chiudere l’accordo per un cessate il fuoco, in un’intervista rilasciata a Newsmax Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele intende sfruttare il cessate il fuoco di 60 giorni nella Striscia di Gaza «per provare a negoziare una soluzione definitiva», ribadendo l’impegno a «sconfiggere questi mostri e riportare a casa i nostri ostaggi». Evidente che prima o poi questa guerra nella Striscoia di Gaza voluta dall’Iran e dal Qatar, munifici finanziatori di Hamas e della Jihad islamica, finirà, tuttavia e ne inizierà un’altra segreta, a colpi di omicidi mirati. L’obiettivo è chiaro e dichiarato: colpire e uccidere i vertici di Hamas ovunque si trovino, anche nei Paesi stranieri che finora hanno offerto ospitalità, copertura politica, finanziaria e diplomatica. Dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh, responsabile dell’ufficio politico di Hamas e residente in Qatar, eliminato da un’operazione del Mossad in Iran il 31 luglio 2024, e quella di Saleh al-Arouri, vicecapo politico e fondatore delle Brigate al-Qassam, ucciso il 2 gennaio 2024 a Beirut, sono stati neutralizzati tutti i principali comandanti militari del movimento jihadista.
L’ondata di eliminazioni mirate, solo per citarne alcune, è cominciata con Yahya Sinwar, leader di Hamas nella Striscia di Gaza e ritenuto l’artefice dell’attacco del 7 ottobre 2023, colpito mortalmente il 16 ottobre 2024. A seguire, il suo vice Mohammed Deif è stato annientato da un drone a Khan Younis il 13 luglio dello stesso anno. Tra le vittime anche Muhammad Sinwar, 49 anni, fratello minore di Yahya, ucciso il 13 maggio 2025 insieme a Hakham Muhammad Issa al-Issa, altro alto esponente militare dell’ala armata del gruppo. Netanyahu, i membri del suo gabinetto e gli uomini delle agenzie di intelligence, hanno promesso pubblicamente fin dall’8 ottobre 2023 che Hamas «non sopravviverà». Dopo le numerose eliminazioni mirate condotte nella Striscia, l’attenzione ora si concentra su quei leader che operano da anni in esilio: una rete ramificata tra Qatar, Libano, Turchia, Iran, Malesia e persino Europa.
Le operazioni di assassinio mirato condotte dal Mossad fuori dai confini israeliani non sono certo una novità. Già in passato l’intelligence dello Stato ebraico ha eliminato figure chiave di Hamas in località come Dubai, Kuala Lumpur o Damasco. Tuttavia, l’attuale contesto globale — segnato da una guerra in corso e da crescenti tensioni con Hezbollah, Iran e attori regionali — rende queste operazioni ancora più rischiose. Dal punto di vista operativo, Israele dispone delle capacità tecnologiche, delle reti di intelligence e della volontà politica per tentare l’eliminazione sistematica dei vertici di Hamas anche fuori dal Medio Oriente. Tuttavia ogni operazione in territorio straniero comporta rischi elevatissimi: escalation diplomatiche, danni collaterali, risposte armate e violazioni del diritto internazionale. Alcuni esperti ritengono che un’offensiva totale contro i leader all’estero possa portare a un collasso della leadership di Hamas e impedirne la riorganizzazione dopo la guerra a Gaza. Altri, invece, avvertono che tali azioni potrebbero solo radicalizzare ulteriormente il movimento e portare a un’espansione del conflitto in aree finora rimaste marginali. Nel mirino dei servizi israeliani sono finiti ora i leader politici di Hamas che conducono una vita da plurimilionari a Doha, in Qatar. Tra i nomi segnalati figurano Khaled Mashal, Osama Hamdan, Ghazi Hamad, Sami Abu Zuhri, Khalil al-Hayya, Taher al-Nunu, Mousa Abu Marzook, Fathi Hamad e Nizar Awadallah. Tuttavia, l’attenzione del Mossad non si limita all’Emirato del Golfo: anche la Turchia è entrata nella lista degli obiettivi. Negli ultimi anni, infatti, Ankara è diventata uno dei principali centri operativi e politici della leadership esterna del movimento. A seguito di pressioni diplomatiche da parte di Paesi occidentali, alcuni dirigenti sono stati costretti a lasciare il Qatar, trovando rifugio in territorio turco. Istanbul si è così trasformata nel nuovo centro nevralgico delle attività di Hamas all’estero. Secondo fonti di intelligence, almeno tre esponenti di alto livello vivrebbero stabilmente in Turchia, da dove continuano a gestire, finanziare e ispirare le operazioni del gruppo.
Già incarcerato in Israele per attività legate al terrorismo, Zaher Jabarin è ritenuto una figura centrale nell’amministrazione delle finanze di Hamas, con un ruolo di primo piano nel sostegno economico alle cellule operative attive in Cisgiordania. È noto per aver orchestrato il trasferimento di fondi attraverso canali paralleli che collegano Libano, Iran, Siria e Turchia. Secondo quanto riportato dall’Intelligence and Terrorism Information Center di Gerusalemme, avrebbe inoltre partecipato direttamente alla pianificazione di attacchi armati e al reclutamento di giovani palestinesi da impiegare in operazioni contro obiettivi israeliani. Tra i leader di Hamas attualmente presenti in Turchia figura anche Suheil al-Hindi, ex membro dell’ufficio politico del movimento e in passato attivo nel sindacato degli insegnanti affiliato al gruppo islamista. Allontanato dalla Striscia di Gaza, si è stabilito a Istanbul, dove è diventato uno dei volti pubblici di Hamas in ambito religioso e comunitario, partecipando frequentemente a eventi nelle moschee locali. Il suo compito principale è legato alla propaganda, alla formazione ideologica e al coordinamento politico con soggetti internazionali.
Un’altra figura storica che ha trovato rifugio in Turchia è Mahmoud al-Zahar, co-fondatore di Hamas ed ex ministro degli Esteri nel governo di Ismail Haniyeh formatosi dopo le elezioni del 2006. Al-Zahar, nonostante l’età avanzata (80 anni), conserva stretti legami con l’Iran e Hezbollah e continua a esercitare un’influenza significativa sulle scelte strategiche del movimento dalla sua residenza di Istanbul. Le sue interviste e dichiarazioni, spesso rilasciate da lì, vengono regolarmente rilanciate dai media arabi vicini a Hamas.
La prospettiva di una «caccia globale» ai vertici di Hamas suggerisce che, anche qualora il conflitto armato a Gaza dovesse concludersi, la guerra tra Israele e Hamas continuerà a dispiegarsi su scala internazionale. Il futuro di questa strategia dipenderà non solo dalla volontà israeliana, ma anche dalle reazioni dei Paesi che oggi ospitano o tollerano la presenza dei leader del movimento. In questa nuova fase del conflitto, il fronte estero rischia di diventare il vero campo di battaglia – invisibile, frammentato, ma potenzialmente esplosivo. In ogni caso l’impressione è che nei prossimi anni avremo molto da scrivere.
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