n primo incontro per mettere sul binario giusto il processo di formazione del nuovo governo. Ma anche per non cadere nelle numerose trappole disseminate dagli avversari politici in questa fase delicata. Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono incontrati vis-à-vis ieri in tarda mattinata negli uffici alla Camera di Fdi, luogo che la premier in pectore ha eletto come suo quartier generale, proprio mentre la ridda di indiscrezioni e di retroscena su un dissidio tra i due stavano montando. Tanto che la leader di Fdi in mattinata aveva già dovuto twittare per smentire ricostruzioni giornalistiche che la volevano irrimediabilmente contraria alla presenza nell’esecutivo del leader del Carroccio, derubricandole come «surreali».
Al termine del faccia e faccia è stata diffusa una nota congiunta in cui si è sottolineato che questo «si è svolto in un clima di grande collaborazione e unità di intenti» e che i due «hanno fatto il punto della situazione e delle priorità e urgenze all’ordine del giorno del governo e del parlamento, anche alla luce della complessa situazione che l’Italia sta vivendo». Il leader leghista ha poi diffuso un video per sottolineare che il centrodestra è al lavoro «non sulle poltrone ma sulle emergenze, unito senza polemiche», annunciando per oggi il primo incontro coi suoi nuovi parlamentari, mentre dallo staff della Meloni, in serata, è partita una «velina» in cui si tracciava il bilancio di una «giornata di lavoro e di incontri» in cui «in un clima di grande collaborazione è stato fatto il punto della situazione e delle priorità e urgenze all’ordine del giorno del governo e del Parlamento», ma soprattutto «non si è parlato di nomi, incarichi, attribuzioni di deleghe né separazioni di ministeri e sono prive di fondamento retroscena di stampa su presunti veti. Così come le notizie già smentite da Palazzo Chigi su un “patto” Meloni–Draghi».
D’altra parte non c’è bisogno di un retroscena per tener conto del fatto che Salvini ha reclamato un ministero di peso, come affermato anche nella relazione al Consiglio federale, così come non occorrono particolare doti di intelligence per sapere che Meloni dovrà contemperare le esigenze connesse alla collocazione internazionale dell’Italia e gli impegni presi dal governo Draghi con Bruxelles, con il cambio di passo nei rapporti con l’Ue invocato in campagna elettorale.
Per il momento le voci del famigerato toto-ministri si stanno concentrando su pochi nomi: partendo dal ministero dell’Economia, dove i papabili sembrano essere due profili tecnici. Si tratterebbe infatti dell’ex-direttore generale della Banca d’Italia e membro del board della Bce Fabio Panetta e di Domenico Siniscalco, che ricoprì tale ruolo tra il 2004 e il 2005, con Berlusconi presidente del Consiglio. Per la Farnesina sarebbero in ballo Antonio Tajani, l’ex-ambasciatore Giulio Terzi, anch’esso già passato per il ministero degli Esteri nel governo Monti prima di andarsene sbattendo la porta per la vicenda dei marò. Elisabetta Belloni e l’ambasciatore Stefano Pontecorvo.
Del Viminale si sta dicendo molto. Anche ieri Salvini ha tenuto alto il pressing per ottenerlo, con un tweet in cui scriveva che «ci vuole qualcuno che torni a difendere e proteggere confini, leggi, forze dell’ordine e sicurezza in Italia. Qualche idea ha ce l’abbiamo», ha aggiunto. Su questa casella sembrerebbero esserci anche il prefetto Giuseppe Pecoraro (in quota Fdi) e l’ex-capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi. Alla Difesa stanno prendendo quota i nomi di Ignazio La Russa e del presidente del Copasir Adolfo Urso, ma anche qui potrebbe entrare in ballo Tajani, nel caso quest’ultimo non ottenesse altri dicasteri o la presidenza della Camera. Quasi sicuro un ministero o la carica di sottosegretario alla presidenza del Consiglio per Guido Crosetto, fondatore di Fdi e figura stimata anche dagli altri schieramenti politici. Ad avvalorare l’ipotesi, il post in cui l’ex-parlamentare ha annunciato di aver chiuso la propria società di consulenza perché nessuno «dopo la vittoria del centrodestra possa fare illazioni».
Alla Giustizia in prima fila ci sono l’ex-Guardasigilli Giulia Bongiorno e l’ex-pm Carlo Nordio, mentre al Lavoro in pole position ora ci sarebbe Luca Ricolfi e alle Riforme Marcello Pera. Allo Sviluppo economico c’è la probabilità di una conferma di Giancarlo Giorgetti, anche se si tratta di un dicastero reclamato da Fi, che proporrebbe Alessandro Cattaneo.
Per il ministero dell’Ambiente, per il momento, si registra una sola certezza, e cioè che nella rosa dei candidati non ci sarà l’attuale ad dell’Eni Claudio Descalzi, il quale a fronte delle indiscrezioni che la volevano in corsa ha fatto filtrare una smentita in cui ritiene tale ruolo «incompatibile» col proprio percorso professionale. Alla Cultura è stato fatto il nome di Letizia Moratti, ma la diretta interessata ha stoppato sul nascere le illazioni, affermando di voler continuare a lavorare solo per la Regione Lombardia mentre, fermandoci ai ministeri più importanti, ci sarebbe il rischio di una enorme anomalia al ministero della Salute, qualora prendesse corpo l’ipotesi Licia Ronzulli. Se si tiene conto del fatto che Giorgia Meloni in persona ha più volte sparato a zero sulla gestione dell’emergenza Covid da parte del ministro uscente Roberto Speranza e della linea delle chiusure indiscriminate e dell’obbligo di green pass, sarebbe a dir poco bizzarro (se non beffardo) portare al ministero di Lungotevere l’esponente di Fi, che ha difeso quelle scelte usando anche una particolare vis polemica contro chi – a partire dai parlamentari di Fdi – le contestavano.
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