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Martin Odegaard (Ansa)
I Blancos acquistarono Odegaard appena sedicenne: sbattuto in prima pagina con la nomea del predestinato, crollò sotto pressione e finì a giocare in Olanda. Dieci anni dopo ha fatto un miracolo: vale 100 milioni ed è capitano dell’Arsenal che ha umiliato il Madrid.

Il calciatore che visse tre volte. La quarta sarà fra una decina d’anni, quando si ritirerà e finalmente potrà andare a pescare con cerata e stivaloni nel fiordo di Drammen, fra Oslo e lo Skagerrak, sulla tolda di un peschereccio con il vento dell’artico in faccia. Il resto è silenzio per Martin Odegaard, che mercoledì sera al fischio finale al Bernabeu è stato il più sobrio a festeggiare il trionfo dell’Arsenal con l’affondamento del Real Madrid, e il più freddo ad assecondare l’impazzimento dei tifosi dei Gunners arrivati da Londra. Un po’ perché è un norvegese all’antica, timido e riflessivo, molto perché il mondo dei Blancos è stato il suo, i sogni dei Blancos erano stati i suoi, i soldi dei blancos (12 milioni netti per un contratto di sei anni) affluirono nel conto in banca di famiglia quando aveva ancora 16 anni.

A eliminare il Real, a tracciare le ascisse e le ordinate dell’uscita di scena di Carlo Ancelotti, dei nuovi galattici e di quel simpaticone di Vinicius Junior dalla Champions è stato anche il fantasista norvegese, la mente di Mikel Arteta in campo. Lui che visse la sua prima vita a Madrid e non riuscì a sfondare dopo essere stato ingaggiato da baby fenomeno e mandato via come esubero. Per questo, nella Champions di Lamine Yamal, dei commandos parigini Khvicha Kvaratskhelia e Ousmane Démbelé, di quella macchina bellica che è diventata l’Inter di Lautaro Martinez, spicca la sua storia emblematica di junior caricato di ogni responsabilità, dato in pasto al moloch mediatico, battezzato messia da minorenne, poi scaricato, risputato, lasciato a galleggiare nei porti periferici dell’oceano del pallone. Un potenziale fallito, se nel 2021 l’Arsenal non lo avesse fatto rinascere. Ora per la bibbia sportiva Transfermarkt vale 100 milioni.

Odegaard, classe 1998, doveva essere la giovane risposta a Leo Messi, fu ingaggiato dal Real con straordinario battage mediatico, Jorge Valdano andò a prenderlo nel 2015 al Godset, il club di Drammen, inverni lunghi, campi ghiacciati ma classe purissima del pulcino atomico che inventava calcio fra un videogioco e l’altro. Lui stesso era convinto d’essere un predestinato, a tal punto da contattare (aveva 14 anni) Sports Interactive per essere inserito nel database di Football Manager. Florentino Perez portò a casa il diamante grezzo e assunse anche il padre Martin per fargli da preparatore. Poi, come spesso gli capita, se li dimenticò in un cassetto. «Sono qui e diventerò un grande», gli fecero dire alla presentazione. Lo piazzarono nella squadra satellite del Castilla per farlo crescere con Zinedine Zidane e con la promessa di chiamarlo in prima squadra il più presto possibile; come per nemesi in panchina c’era Carlo Ancelotti. Valdano azzardava: «È giovanissimo ma non è uno junior, ha tutte le caratteristiche di un campione completo. Qui regnerà per un decennio».

Tutto meraviglioso tranne che per due dettagli. Primo: il bambino è timido e alle prime difficoltà lontano da casa reagisce da Calimero. Secondo: in quel Real, Luka Modric, Toni Kroos, Izco e Mateo Kovacic giocano nel suo tinello d’erba molto meglio di lui. Odegaard passa da una panchina a un prestito, da uno spezzone di partita a un infortunio e a 20 anni sembra già vecchio. Non c’è niente di più pericoloso, per un ragazzo prodigio battezzato in anticipo, che rimanere giovane promessa a vita. È già successo con Ansu Fati, Hachim Mastour, auguri per Francesco Camarda e Cesare Casadei. Il calcio ha un hangar sterminato di vuoti a perdere.

Morale della seconda vita: viene scaricato in prestito (chissà mai che non esploda altrove) in Olanda all’Heerenven, poi al Vitesse, torna in Spagna al Real Sociedad. Dove un ragazzo della cantera madridista dev’essere per forza un leader e lui non lo è ancora. Vince la Coppa del Re, rientra a Madrid, si ferma sei mesi in transito e finalmente approda all’Arsenal, area di stoccaggio di ex blancos in uscita: Mezut Ozil fu l’ultimo regalo ad Arsène Wenger, Odegaard il primo dell’era Arteta. Prezzo pagato al Real: 40 milioni.

A Londra il norvegese esplode, affronta la sua terza vita da protagonista, diventa il perno della squadra d’assalto che contende la Premier a Manchester City e Liverpool, nel 2023 segna anche 15 gol in 37 partite; l’ex pulcino nero «è un rifinitore creativo capace di sacrificarsi, quando è in campo tutti traggono giovamento dalla sua serenità e dai suoi passaggi filtranti» (parole del tecnico basco). Insomma è indispensabile. Odegaard spiega così la rinascita: «All’Arsenal c’è ancora il mito di Cesc Fabregas, della sua classe, della sua capacità di trasformare una palla normale in un colpo geniale. Mi sono ispirato a lui, sapevo di avere un ottimo riferimento». Oggi il norvegese è la lunga mano di Arteta in campo, guida i Gunners con il pilota automatico. Scherza Declan Rice: «Pagherei per sapere cosa si dicono lui e il mister quando parlano spagnolo stretto per confrontarsi su uno schema».

Poi arriva il quarto di finale contro il Real Madrid, contro il suo passato da affrontare da nemico numero uno, contro una corazzata da cannoneggiare da capitano dell’Arsenal. Odegaard gioca da tessitore la partita d’andata lasciando all’estro di Busayo Saka e alla balistica di Rice (due punizioni, due gol, roba da luna park) il compito di imperversare; da faro imprescindibile, da catalizzatore di palloni quella di ritorno al Bernabeu, sull’erba magica che non fu mai sua. E Saka gli toglie il rigore (con insulso scavetto) che avrebbe dovuto tirare lui.

La saga dell’uomo che visse tre volte si compie. E si lascia alle spalle un quesito malizioso: cosa manca al Real cacciato a pedate (risultato finale 5-1) dalla Champions? Un centrocampista con «los huevos» e una tecnica sublime per sostituire nonno Modric; un regista di personalità in grado di servire filtranti micidiali a Kylian Mbappé, a Jude Bellingham, a Vini Junior; un collante silenzioso che faccia diventare squadra una collezione di figurine. Gli zidanes ci sono, mancano i pavones. Manca Odegaard. Costa solo un centone.

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