Non solo le Regioni a statuto ordinario piddine fanno ricorso contro l’autonomia. Si aggiunge anche la Sardegna a statuto speciale. Un mix schizofrenico. Per la Todde la legge Calderoli è troppo accentratrice e lede l’indipendenza sarda. Un insieme di mosse politiche all’ombra della grande partita sul premierato. Partono in forze le manovre legali contro l’autonomia differenziata. Da ieri sera al novero delle Regioni che hanno deliberato il ricorso alla Corte costituzionale si è aggiunta quella governata dal piddino Eugenio Giani. Il 16 luglio scorso il consiglio regionale della Toscana, terza Regione a farlo dopo Puglia, Campania ed Emilia Romagna, aveva approvato la proposta per richiedere un referendum, ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione, per abrogare la legge del ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Roberto Calderoli. Dopo un lungo dibattito, ha approvato a maggioranza (23 favorevoli 13 contrari, nessun astenuto) le proposte di deliberazione, sottoscritte da Pd, Italia Viva e M5s, per chiedere l’abrogazione totale o parziale. Fin da subito Giani ha manifestato contrarietà alla nuova legge sull’autonomia differenziata, ritenendolo un testo «veramente sbagliato»: «Amplifica le diversità, i divari che ci sono tra le Regioni». Ci sta. Una mossa politica che vista da sinistra mira a indebolire e rallentare il percorso d’Aula di una norma che fa paura a chi mira al totale centralismo fiscale. La notizia, dunque, sta tutta in un’altra area geografica. L’altro ieri ad annunciare il ricorso alla Corte è stata la Sardegna da poco a guida 5 stelle con Alessandra Todde governatrice e da sempre Regione a statuto speciale. Qui la faccenda si fa però un po’ schizofrenica. Da un lato l’isola fa ricorso citando i primi 11 articoli della Carta. Dall’altro impugna l’iter di legge leghista perché è riforma troppo centralista. Su una serie di elementi abbastanza vaghi e su un dettaglio specifico. «La delega al governo per la determinazione dei Lep (Livelli essenziali delle prestazioni, ndr) è carente di principi e criteri direttivi», si legge nellle 55 pagine approvate dalla giunta Todde. «Inoltre viola le prerogative delle Regioni a statuto speciale, in particolare della Sardegna, e non rispetta le procedure previste per il trasferimento di funzioni e risorse». Il ricorso argomenterebbe nel dettaglio come «questi vizi di costituzionalità ledano le competenze e l’autonomia della Regione Sardegna», che chiede quindi l’annullamento totale o parziale della legge. In poche parole, per le Regioni a statuto ordinario guidate dal Pd la legge Calderoli è troppo autonomista, per la Sardegna – a statuto speciale – invece è troppo accentratrice. Un interessante pasticcio leguleio. Vedremo come la Corte affronterà le tecniche di contrasto grilline e del Pd.
Appare chiaro che si tratta di creare una cortina fumogena. Più ricorsi ci saranno e più tempo servirà per affrontare la riforma. Il tentativo dell’opposizione è tirare la pratica così in lungo da superare l’attuale legislatura e creare un ulteriore inghippo al vero motivo del contendere: il premierato. È qui che si scateneranno in pieno le faide. Abbiamo assistito nell’ultimo anno a una lunga serie di denunce e accuse attorno alla Corte costituzionale. Obiettivo della sinistra sarebbe evitare che la maggioranza di centrodestra faccia le nomine che le spettano. Una Corte contro il governo sarebbe infatti in grado di boicottare il premierato. L’autonomia differenziata sarebbe in un certo senso solo l’antipasto. Così dopo questo anno di spari ad alzo zero si è aggiunta pure l’Ue con il consueto country report. Dove – guarda caso -si denuncia il rischio di una deriva anti democratica che minerebbe le basi dello Stato di diritto della nostra Penisola. Nel documento reso pubblico il mese scorso al di là di alcuni apprezzamenti sulla riforma della giustizia e sull’avvio della digitalizzazione del comparto si lancia l’allarme sull’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, sul mancato pluralismo dei media, sullo scarso rispetto dei diritti umani da parte delle Forze dell’ordine e, infine, sull’introduzione del premierato. «L’esecutivo», si legge nel report, «ha presentato al Parlamento un progetto di riforma costituzionale con l’obiettivo di garantire maggiore stabilità di governo». La Commissione guidata da Ursula von der Leyen nota che «con questa riforma non sarebbe più possibile per il presidente della Repubblica trovare una maggioranza alternativa e/o nominare come primo ministro una persona esterna al Parlamento. Alcuni portatori di interessi hanno espresso preoccupazione per le modifiche proposte all’attuale sistema di pesi e contrappesi istituzionali, nonché dubbi sulla possibilità che ciò possa apportare maggiore stabilità». In effetti la riforma mira proprio a impedire la formazione di governi alternativi rispetto all’esito delle urne. Perché si vuole impedire che si replichi ciò che costantemente è avvenuto dal 2011 al 2022. Equilibri parlamentari completamente snaturati per garantire al Colle l’innesto di esecutivi tecnici di natura Ogm. I danni fatti dal modello Monti sono sotto gli occhi di tutti.
La riforma del premierato oltre a evitare esperimenti del genere riporterebbe vigore proprio al Parlamento che la stessa Ue nel report definisce svilito dall’uso eccessivo dei decreti. Cosa vera. Ma sempre più inevitabile per stare al passo con le riforme che Bruxelles impone come attività collaterali al Pnrr. Se Bruxelles intende che un Paese va definito stabile quando non vota, allora c’è da farsi venire i brividi. Il fatto è un altro. I ricorsi alla Corte contro l’autonomia differenziata, le esternazioni di allarma della sinistra e il report Ue sono da leggere come tanti tasselli di una medesima strategie: mantenere lo stesso assetto di potere.
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