Sembrava scontato che non sarebbero riusciti a farlo; adesso c’è da temere che lo facciano davvero. A costo di spararsi su un piede. L’ultima crociata dell’Ue è il prestito di riparazione all’Ucraina garantito dagli asset russi congelati. La scadenza per sbloccare l’impasse sull’ennesima elargizione economica, cruciale per Kiev, che nel 2026 si ritroverà un buco di bilancio da 71,7 miliardi di euro, è il Consiglio del 18 e 19 dicembre prossimi. Vedremo se, pur di dare un segno di vitalità e dimostrare che può portare avanti questa guerra senza il sostegno statunitense, l’Europa deciderà di accelerare i tempi della sua estinzione, per la quale Donald Trump credeva servissero almeno vent’anni.
Politico ha esaminato la proposta che la Commissione porterà al tavolo, con cui ha provato a tenere conto delle preoccupazioni del Belgio. A parte le ovvie ritorsioni dal Cremlino, il Paese guidato da Bart De Wever teme che le Corti lo costringano a restituire il denaro sottratto a Mosca e, attualmente, detenuto da una società con sede a Bruxelles, Euroclear. Un compromesso sarebbe possibile: gli Stati membri dell’Unione dovrebbero confermare la propria disponibilità a sobbarcarsi l’onere, ciascuno in ragione del proprio Pil. È così che nascono le cifre monstre che ogni Paese dovrebbe impegnare: per l’Italia, si tratterebbe di 25,1 miliardi di euro, il 12% del totale di 185 miliardi, ai quali ne andrebbero sommati altri 25, depositati in vari istituti di credito privati e rispetto al cui utilizzo la Francia ha già alzato un muro. Per capire meglio l’enormità della cifra, è sufficiente sapere che la legge di Bilancio 2026 vale circa 18 miliardi complessivi. Sarebbe come se, pur di mandare in porto il progetto caldeggiato da Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, dovessimo varare un’altra manovra, ma più pesante di quella che le Camere dovranno licenziare entro fine anno.
Ovviamente, c’è chi sarebbe costretto a sforzi maggiori di noi: a Parigi toccherebbe garantire 34 miliardi (il 16,2% del prestito), a Berlino addirittura 51,3 (il 24,4%). Dietro Roma, invece, ci sarebbe Madrid, con 18,9 miliardi di «assicurazione». Alla fine, al Belgio toccherebbe rendere disponibili poco più di 7 miliardi. Venerdì scorso, il premier De Wever ha incontrato il cancelliere Friedrich Merz, il quale gli ha ribadito che la Germania è decisa a mettere mano al portafoglio. Peccato che le coperture finanziarie non siano l’unico problema all’orizzonte.
La Commissione crede di poter aggirare il requisito dell’unanimità in Consiglio, asserendo che l’intervento sugli asset non equivarrebbe a una sanzione. In questo modo, anziché il consenso dei 27, sarebbe sufficiente una maggioranza qualificata di favorevoli. Resta il fatto che, se attuato, quello che è a tutti gli effetti un furto determinerebbe un gravissimo precedente. Sarebbe capace di danneggiare la reputazione del Vecchio continente e scoraggerebbe gli investimenti e il trasferimento di capitali. Intendiamoci: se foste la banca centrale di una nazione non perfettamente allineata all’Ue, dopo aver visto cosa è successo agli asset russi, andreste mai a depositare i vostri quattrini in un posto nel quale, se capitasse un serio incidente politico, rischiereste di perderli? Secondo il Financial Times, la confisca dei beni di Mosca metterebbe in pericolo il valore e la credibilità della stessa moneta unica, in quanto valuta di riserva stabile. Per non parlare del potenziale impatto sugli spread, a causa del tracollo della fiducia nell’Europa. Un bel paradosso, dopo che ai cittadini sono stati imposti anni e anni di sacrifici e austerità, in nome della salvezza dell’euro e del contenimento dei differenziali tra titoli di Stato. Versata la tassa Monti, ci imporranno la tassa Zelensky?
Andrebbe pure segnalato che il prestito non risolverebbe i guai dell’Ucraina. I bisogni del Paese non si esauriranno certo nel 2026: l’anno successivo, stando alle stime dell’esecutivo Ue, Volodymyr Zelensky o chi gli succederà avranno bisogno di oltre 63 miliardi, tra risorse con cui tenere in piedi la macchina amministrativa e spese militari; dal 2028, il budget per la difesa si assesterebbe a 21,5 miliardi. Ma solo se la guerra finisse per il 31 dicembre di quest’anno. E non sembra che Bruxelles si stia facendo in quattro affinché ciò accada.
Ieri, una portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha confermato che tra dieci giorni si potrà «adottare» la proposta sugli asset. «Ci stiamo assicurando che l’ambito coperto non sia limitato a Euroclear», ha annunciato, «ma sia in realtà più ampio e che ci siano garanzie». Se così fosse, lo scenario illustrato da Politico potrebbe essere persino troppo ottimistico. D’altronde, il piano B, come aveva avvisato la Kallas, è altrettanto tragico: comporterebbe un prestito ponte agli alleati, ossia un anticipo erogato tramite indebitamento comune. Sempre soldi nostri. E poi dicono che l’Europa non è votata al suicidio…
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