«L’assassino di Carol va reinserito»
Carol Maltesi (Ansa)
Il boia di Carol Maltesi, uccisa e fatta a pezzi, ammesso al percorso di giustizia riparativa previsto dalla riforma Cartabia. Il genitore della donna si ribella: «Provo solo schifo».

Uccise a martellate durante un gioco erotico la sua vicina di casa a Rescaldina, la fece a pezzi e infilò i resti in un freezer a pozzetto prima di buttarli in un dirupo. In Corte d’assise a Busto Arsizio ha rimediato 30 anni di carcere. Ora Davide Fontana, l’ex bancario milanese reo confesso dell’omicidio di Carol Maltesi, con la quale aveva una relazione, potrà, grazie a un istituto introdotto dalla riforma Cartabia, accedere alla giustizia riparativa, che non comporta alcuno sconto o beneficio carcerario ma consente a chi ha commesso un reato (senza distinzione di gravità) di rivolgersi a un mediatore, terzo e imparziale, per ricostruire un legame spezzato con la vittima e con la comunità. L’esito riparatorio può essere anche solo simbolico: scuse formali o impegni comportamentali. Oppure materiale: risarcimento del danno o restituzione di qualcosa di sottratto.

Certo è che Fontana non potrà restituire la povera Carol ai suoi cari. Che hanno subito fatto sapere, tramite i loro consulenti, di non voler avere alcun contatto con il condannato. Il legale di parte civile che assiste il papà di Carol, l’avvocato Manuela Scalia, ha avvisato il suo cliente, che vive ad Amsterdam. «Lui», ha riferito il legale, «si è detto sconvolto e schifato da una giustizia che ammette un assassino reo confesso, che ha ucciso, fatto a pezzi ed eviscerato una ragazza, di accedere a un percorso simile». Fatto sta che questo potrebbe essere un caso pilota (è la prima volta in assoluto che la giustizia riparativa viene applicata in un caso di omicidio). A Fontana verrà permesso di affrontare un percorso psicologico per comprendere quanto ha commesso, per poi riparare, per quanto possibile, con le parti offese e con la società. Il programma che il Tribunale di Busto Arsizio presieduto da Giuseppe Fazio ha accettato di concedergli, per ora, è questo. «Di certo si crea un precedente», si è affrettato a commentare il difensore di Fontana, l’avvocato Stefano Paloschi, che parla in questi termini del percorso di giustizia riparativa a cui il tribunale di Busto Arsizio ha dato il via libera per il suo cliente: «Il caso del mio assistito è stato trasmesso al Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale di Milano. Non c’è una tempistica che possa fissare la mediazione, questo potrebbe essere un caso pilota». Paloschi sostiene di capire i sentimenti dei familiari di Carol: «Li comprendo e li rispetto, tuttavia credo che chi lotta contro la violenza di genere dovrebbe guardare con interesse a questo istituto, che non è alternativo al carcere. Semmai è uno sforzo aggiuntivo per il reo». Del resto, aggiunge Paloschi, «Fontana ha sempre detto di essere disposto a fare tutto quanto il possibile per cercare di alleviare, attenuare, riparare ciò che aveva fatto. Lo ha sempre detto, agli inquirenti fin dal momento del suo fermo e poi ai giudici della Corte d’Assise. Ed è emerso con sincerità anche durante la terapia alla quale è stato sottoposto».

Ma ora viene la parte più dura per i Maltesi: «Per prima cosa si tenta un confronto con i familiari della vittima», precisa l’avvocato, «e nel caso questi non intendano partecipare si rivolge la proposta a una vittima surrogata, cioè che abbia subìto un reato analogo». Facile da applicare se uno scippatore decide di restituire una borsetta e di scusarsi con la vittima. Ma in un caso per il quale si può essere puniti con la pena massima prevista dal codice penale appare davvero un campo impraticabile. Eppure l’avvocato di Fontana ci crede. E afferma: «Al percorso psicologico al quale il reo viene sottoposto si aggiungono attività concrete a favore delle vittime o di enti e associazioni che le sostengono. E non è una cosa breve, ma un percorso che dura diversi anni». Vista la tipologia di reato, Fontana potrebbe prestare servizio volontario in un centro antiviolenza. «Condivisibile la reazione della famiglia Maltesi», commenta Libera Cesino, presidente dell’associazione Libera dalla violenza, «ma la legge prevede la giustizia ripartiva. Può essere considerato positivo nell’ottica di tutela della vittima, ma dall’altra parte si fa sì che anche l’imputato veda riconosciuti alcuni suoi diritti, che sono previsti». Grazie alla riforma Cartabia.

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