La giustizia è un pendolo che va raddrizzato
Un libro di Pier Ferdinando Casini analizza 40 anni di politica italiana. Uno dei temi su cui si sofferma è quello del sistema giudiziario, passato da subalterno a supplente del Parlamento. Un ruolo improprio che deve ritornare nei suoi binari istituzionali.

C’è un convitato di pietra nella politica italiana da almeno trent’anni: è la giustizia, una componente essenziale del buon funzionamento del Paese e non a caso, per l’Italia, un elemento determinante a scoraggiare investimenti e competitività.

Negli anni della cosiddetta Prima Repubblica, il sistema giudiziario è parso più volte subalterno alle scelte della politica; in alcuni casi anche complice di mancati controlli o connivenze.

Come sempre capita, per la regola del pendolo, all’inerzia del sistema giudiziario di quegli anni è corrisposta successivamente una quasi sistematica invasione di campo della magistratura: una sorta di supplenza esercitata per purificare il sistema, una funzione salvifica tesa a incarnare uno Stato immacolato e a liberarsi dei politici corrotti.

Inerzia prima, esorbitanza dopo, la magistratura ha finito per essere parte dell’infinito contenzioso che ha coinvolto la politica dalla caduta del Muro di Berlino, poi negli anni berlusconiani, fino a oggi.

Esiste una sorta di contrappasso che punisce tutti coloro che, esondando dai confini del proprio potere, occupano lo spazio degli altri, anche con le migliori intenzioni.

Nei primi anni Novanta Mani pulite segnò l’apoteosi dell’interventismo dei magistrati che, dismessa la toga e indossati i panni del vendicatore, hanno contribuito a liquidare un intero sistema politico, tutti i partiti tradizionali (tranne il Pci che si liquidò in gran parte da solo dopo il crollo del Muro) e la classe dirigente imprenditoriale pubblica e privata del Paese.

Pareva allora normale che i componenti del pool parlassero di fenomeni corruttivi e non di singoli corrotti, apparissero in televisione, facessero conferenze stampa e proclami, ingiungessero alla politica cosa fare e come farlo, si appellassero al «popolo» invocando una sorta di legittimazione diretta dal basso.

In realtà, quando l’ondata moralizzatrice cominciò a colpire anche persone qualunque, l’entusiasmo prese ad attenuarsi. Poi, a poco a poco, il ruolo improprio della giustizia fu sfruttato e strumentalizzato nella lotta politica da chi comprese che la magistratura si poteva impugnare come un’arma per colpire l’avversario di turno, dimenticando che, mai come in questo caso, «chi di spada ferisce, di spada perisce».

Berlusconi, che aveva cavalcato il giustizialismo dipietrista, finì vittima di quella che si affannò a denunciare come persecuzione giudiziaria.

Al di là dei toni usati, non c’è dubbio che verso il leader di Forza Italia vi sia stato un accanimento che il passare degli anni non ha attenuato.

Anche in questo caso il terzo potere ha finito per sostituirsi all’opposizione politica, pur di liberarsi dell’«impiccio Berlusconi».

Bossi, che sventolava il cappio contro «Roma ladrona», finì travolto da uno scandalo giudiziario. Di Pietro, che inaugurò il «tintinnare di manette», fu travolto dalle inchieste sulla gestione allegra del suo partito. Grillo, che arringava la folla al grido di «onestà, onestà», ha pagato conti salati alla giustizia sul piano personale, familiare e del Movimento.

La storia italiana è piena di vicende giudiziarie interminabili che, il più delle volte, hanno avuto esiti ben diversi rispetto ai provvedimenti assunti dai pubblici ministeri nelle fasi iniziali.

Molte di queste vere e proprie odissee hanno coinvolto uomini di primo piano della Democrazia cristiana; alcuni di questi li ho conosciuti meglio di altri. Tra essi non posso dimenticare l’esperienza vissuta da Calogero Mannino, leader siciliano e più volte ministro della Repubblica.

Arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa nel febbraio del 1995 dopo mesi di indagini, Mannino viene privato della propria libertà per circa due anni. Sarà assolto a titolo definitivo, dopo circa 15 anni, perché il fatto non sussiste. […]

La magistratura assolve un ruolo fondamentale per le istituzioni democratiche. Ha encomiabili meriti nella lotta contro la criminalità. La sua autonomia non può essere messa in discussione; importanti strumenti di indagine, come le intercettazioni telefoniche, sono armi fondamentali che debbono essere assicurate ai tutori della legge. Proprio per questo, come ci ha ricordato più volte uno dei politici siciliani più credibili, Gianpiero D’Alia, la giustizia deve ritornare nei suoi binari istituzionali, non può diventare una scorciatoia per regolare i conti con i concorrenti e deve occuparsi delle responsabilità penali dei singoli e non della collettività.

Solo così facendo la magistratura tornerà a rilegittimarsi, non in forza di investiture plebiscitarie ma per la professionalità, il rigore, la qualità del proprio lavoro, frutto di una selezione attenta degli uomini e delle donne che hanno la vocazione di distribuire i torti e le ragioni in nome di una collettività che ha rinunciato a farsi giustizia da sola.

Ma per far questo occorre che la politica si riappropri del ruolo che le compete, torni a esercitare il potere legislativo senza delegare al terzo potere la soluzione di ogni criticità economico-sociale, senza illudersi che la sanzione penale sia la panacea per ogni problema, riorganizzando ruoli e funzioni della giurisdizione, non per attentarne all’autonomia ma per governarne il compito.

Il Costituente aveva immaginato un «governo dei magistrati» affidato in parte a loro rappresentanti, in parte a «laici» scelti dalla politica, per dar vita a un organo collegiale in cui le diverse istanze e sensibilità trovassero un equilibrio che assicurasse efficienza e indipendenza a progressioni in carriera, nomine agli uffici direttivi, sistema disciplinare…

Col tempo il Csm è però diventato un parlamentino delle correnti, dove l’autoreferenzialità ha fatto premio sull’esigenza di governare la categoria.

Occorre riportare il governo autonomo dei magistrati alle proprie funzioni originarie, presidio dell’indipendenza, da un lato, ma, dall’altro, garanzia dell’efficienza e della tempestività della risposta giudiziaria.

Mi permetto di dubitare che la riforma tentata dalla ministra Cartabia possa risolvere il problema, visto che l’eterogenea maggioranza di quel governo ha preferito, forse inevitabilmente, un compromesso al ribasso che lascia insoluti la maggior parte dei problemi.

Peraltro la riformata legge elettorale per i componenti togati del csm, che doveva seppellire le correnti, ha prodotto una suddivisione dei seggi rigorosamente correntizia, premiando come prima le appartenenze. […]

Il problema vero è la separazione delle carriere. Su questo argomento sono un «pentito» perché per molto tempo ho cercato, anche per i ruoli istituzionali che ho ricoperto, di mettere il silenziatore. Si tratta in realtà del vero nodo intorno a cui si attorciglia il problema giustizia. […]

Viviamo in un sistema panpenalistico e perciò di giurisdizione assolutamente debordante: il legislatore ha dato al pm le munizioni con cui sparare sul fortino della politica. In un Paese in cui tutto è reato e il reato è rimesso alla valutazione discrezionale del pm, la situazione che si crea è assolutamente insostenibile. […]

Se mi guardo indietro debbo confessare colpe di omissione su questo fronte, come parlamentare di lungo corso e leader di partito? Forse sì, anche se non ho mai mancato di far sentire la mia voce contro ogni forma di giustizialismo e in difesa della presunzione costituzionale di innocenza e del diritto di difesa.

Anche recentemente il mio voto in Senato è sempre stato espresso con l’animus garantista verso chiunque, amici o avversari che fossero. Nella discussione sul caso Gregoretti sono stato l’unico, nel mio schieramento di centrosinistra, a votare contro l’autorizzazione a procedere per Matteo Salvini.

La mia convinzione, anche in quella circostanza, pur non avendo mai condiviso le scelte del ministro dell’Interno sull’immigrazione, era quella di separare la responsabilità della politica da quella strettamente giudiziaria, evitando di delegare ai giudici questioni che maturano nella sfera di governo e ad essa appartengono. «Attendo che il ministro Salvini» dissi in quella occasione «sia giudicato dal voto degli italiani e non certo dai magistrati.»

È ora che la politica incominci a respingere sistematiche invasioni di campo, a prescindere dai destinatari delle iniziative giudiziarie.

Si tratta di difendere dei princìpi, non delle persone. Chi confonde le due cose, si rende complice di un degrado progressivo dello Stato di diritto. Degrado che, peraltro, è ampiamente dimostrato dal livello di impopolarità e di sfiducia nella giustizia che gli italiani evidenziano a ogni sondaggio. Anche in questo caso vale la regola del pendolo.

Dagli anni degli applausi acritici a ogni tipo di giustizialismo, si è passati progressivamente a una delegittimazione generale della magistratura, che rappresenta un gigantesco rischio per il sistema. […]

Nel mio esame di coscienza in materia di giustizia vorrei guardare il bicchiere mezzo pieno e pensare a che cosa sarebbe successo senza una nostra presenza vigile e attrezzata su una frontiera così delicata ed esposta a pressioni indicibili, tese a spostarne continuamente la collocazione, da cui consegue direttamente l’equilibrio dei poteri.

Ma adesso bisogna guardare avanti. Sono convinto che l’immediato futuro non potrà cullarsi nell’idea che la giustizia sia già stata riformata una volta per tutte e dovrà rimetterci mano, con l’obiettivo di diventare un Paese in cui i processi non si fanno sui giornali, le condanne non si confondono con gli avvisi di garanzia né con i rinvii a giudizio, la privacy non viene sistematicamente violata rendendo note conversazioni personali penalmente irrilevanti e il giudice è davvero terzo e imparziale rispetto all’accusa e alla difesa poste sullo stesso piano.

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