Non è un addio, ma quasi. E di certo fa molto rumore. Intesa Sanpaolo ha comunicato all’Associazione bancaria italiana (Abi) la revoca del mandato di rappresentanza sindacale. Pur restando all’interno dell’Abi, il gruppo guidato da Carlo Messina si terrà le mani libere sugli accordi. Una mossa annunciata proprio alla vigilia dell’avvio delle trattative sul rinnovo del contratto nazionale, scaduto lo scorso 28 febbraio e prolungato sino a fine aprile.
«In data 27 febbraio è stata comunicata da Intesa Sanpaolo la revoca del mandato per la rappresentanza sindacale all’Abi per gestire in autonomia la propria partecipazione alla contrattazione. Intesa Sanpaolo continuerà a partecipare, su invito permanente concordato con Abi, alle future attività del comitato sindacale e del lavoro volte a preparare e a negoziare il rinnovo del contratto collettivo nazionale del lavoro del settore bancario», ha scritto in una nota il direttore generale dell’associazione bancaria e segretario del comitato per gli Affari sindacali e del lavoro (Casl), Giovanni Sabatini.
Poi è arrivata la conferma di Intesa: un portavoce ha sottolineato che l’istituto avrà anche una trattativa diretta «per fornire il supporto più adeguato al nostro modello organizzativo e al ruolo ricoperto da Intesa Sanpaolo nel nostro Paese». Questo in un contesto di «piena garanzia dei diritti individuali e collettivi».
Bisogna ricordate che già a dicembre il gruppo di Messina si era mosso in anticipo, e senza un preventivo accordo con i sindacati, annunciando per i circa 80.000 dipendenti in Italia alcune iniziative. In particolare, lo smart working fino a 120 giorni l’anno senza limiti mensili e la settimana corta di 4 giorni da 9 ore lavorative a parità di retribuzione, su base volontaria e compatibilmente con le esigenze tecniche, organizzative e produttive della banca. Il nuovo modello organizzativo era arrivato al termine del confronto con le organizzazioni sindacali che, pur «svolgendosi in maniera proficua e costruttiva», non ha trovato una «condivisione sul complesso dei contenuti», aveva spiegato la banca.
Che, nei mesi precedenti, aveva anche disposto delle erogazioni una tantum ai propri dipendenti per supplire ai rincari dell’inflazione e dell’energia. Nei giorni scorsi, poi, è stato raggiunto un accordo con i sindacati nella divisione insurance sul trattamento economico, sulla flessibilità lavorativa e sull’assistenza.
Difficile, dunque, tornare indietro. Formalmente, comunque, Intesa parteciperà al tavolo garantendo uno spirito di massima disponibilità e collaborazione (tanto che non è escluso che alla fine possa essere firmato lo stesso contratto nazionale sottoscritto dall’Abi) ma chiarendo con il ritiro della delega che la banca non può farsi rappresentare solo dall’associazione. Anche perché con la pandemia, il nuovo piano industriale e il nuovo progetto digitale, l’istituto di Messina ha accelerato notevolmente il ritmo della riorganizzazione del lavoro.
La prima riunione dopo il ritiro del mandato di Intesa si terrà il prossimo 13 marzo quando si svolgerà un incontro tecnico fra Abi e sindacati «in ristretta» (ovvero con i soli sindacati generali e i vertici del Casl) sul rinnovo del contratto nazionale. All’ordine del giorno c’è il tema delle agibilità sindacali per il quale l’Abi dovrebbe proporre ai sindacati, che hanno una loro piattaforma, una prima bozza di testo.
«Siamo in una fase iniziale, preliminare dell’avvio delle negoziazioni, di fatto non ancora iniziate, nel rispetto delle procedure contrattuali che prevedono la presentazione della piattaforma da parte delle organizzazioni sindacali. Abbiamo condiviso la sospensione dei termini contrattuali fino al 30 aprile. Si stanno avviando nell’ambito dei lavori del Casl le riflessioni in merito al quadro di riferimento», ha commentato il direttore generale dell’associazione, Giovanni Sabatini.
Da quanto riferiscono a La Verità fonti sindacali, tra le ragioni che hanno spinto Intesa a revocare la delega e a smarcarsi sui contratti ci sarebbe anche una certa diffidenza per la gestione del Casl. A presiederlo, dal 14 dicembre scorso, è arrivata Ilaria Dalla Riva, capo delle Risorse umane di Unicredit per l’Italia.
Al netto delle effettive motivazioni e del fatto che l’adesione all’Abi non è in discussione, la decisione di Intesa ricorda per certi versi quella fatta nel 2014 da Unipol. In quell’occasione la compagnia bolognese presieduta da Carlo Cimbri uscì a sorpresa dall’Ania, l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici. Ma stavolta, e pur essendo solo uno strappo parziale, la mossa del gruppo guidato da Messina pare forse ancor più dirompente considerato il peso all’interno del sistema.
Tanto che qualcuno, ieri, l’ha paragonata, con i dovuti distinguo, all’uscita nel gennaio 2012 della Fiat di Sergio Marchionne da Confindustria.
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