Padovano: «Dopo la Champions la galera da innocente e 17 anni di processi»
Michele Padovano (Getty Images)
L’ex calciatore ha raccontato la sua storia in un docufilm: «Mi arrestarono per spaccio, pensai fosse “Scherzi a parte”».

Il Napoli festeggia il suo secondo scudetto in tre anni. L’Inter si prepara alla sua seconda finale di Champions League. Sempre in tre anni. Ma Michele Padovano la Champions, anzi la Coppa dei Campioni come piace continuare a chiamarla a me, l’ha vinta. E con la maglia della Juventus. Cosa non proprio banale. Anche questo un record, si può dire.

«Ed infatti abbiamo festeggiato l’anniversario. Purtroppo, mancava Gianluca Vialli».

Per i lettori più giovani che non ti hanno visto giocare, descrivi calcisticamente Michele Padovano.

«Discreta tecnica. Grande forza fisica e velocità»

Fin qui una vita da sogno. Quella di un campione di calcio. Che tutti vorrebbero vivere. Poi all’improvviso il sogno si trasforma in incubo…

«Il 10 maggio del 2006 io ero a cena con degli amici. Come spesso succedeva e come spesso succede. Prendo la macchina per andare a casa. Dopo qualche chilometro mi fermano tre volanti dei carabinieri in borghese. Tutti rigorosamente armati. Mi arrestano con modi anche molto duri. Il primo pensiero che faccio è quello di essere su Scherzi a parte. Era il periodo in cui facevano gli scherzi agli ex calciatori. Anche perché credimi erano modalità veramente da film».

Quindi ti stavano pedinando!

«Era partita quella sera l’operazione Tuareg. Ed io c’ero dentro».

Come ha spiegato Enrico Costa -deputato molto attivo sui temi della giustizia – mettono sempre questi nomi suggestivi e cinematografici alle inchieste. Dove tutto sembra già deciso e sentenziato. Giustizia sembra fatta!

«Esatto. E quella sera io mi sono ritrovato dentro l’operazione Tuareg. Dopo qualche ora, mi sono infatti reso conto che non era uno scherzo. Le mie speranze che tale fosse si affievolivano di minuto in minuto. E mi hanno portato a casa»

Ah, bene…

«Tutt’altro. Hanno fatto la perquisizione. E ci hanno messo un bel po’ perché la mia casa è molto grande».

Cosa hanno trovato?

«Nulla. Ma secondo loro la perquisizione aveva avuto un esito positivo perché mi avevano sequestrato il telefono cellulare».

Mah…

«Stessa mia reazione. Stessa mia perplessità. Continuavo a pensare: “Vabbe’ qualcuno si renderà conto che si tratta di un errore e che non c’entro nulla con la vicenda”. Che ancora neppure sapevo cosa fosse. E invece mi portano in caserma, mi fanno le foto segnaletiche di rito, mi prendono le impronte digitali e mi consegnano un’ordinanza di 500 pagine».

Caspita!

«In quel faldone c’era tutto ciò di cui ero accusato. Capivo ed intuivo qualcosa. Chiedevo a chiunque in quelle tre-quattro ore. Ma nessuno mi diceva nulla. Dopodiché mi trasferiscono al carcere di Cuneo verso le quattro della mattina. E lì ci rimango per dieci giorni in condizioni, credimi, terribili».

Che vuol dire stare in carcere? Perché non tanti lo sanno…

«Mi mettono in isolamento e lì ci rimango dieci giorni. Mai vedevo la luce del sole. Né potevo fare una doccia. Chiaramente mi si blocca lo stomaco. Non mangio più. Ho perso qualcosa come otto-nove chili. Dopodiché finalmente dopo dieci giorni la guardia carceraria mi dice: “Prepara le tue cose, che te ne vai”. Io convintissimo di andare a casa mi sono detto: “Ci sono voluti dieci giorni, però finalmente si sono resi conto dell’errore”. E invece mi caricano su un blindo che va a 60-70 all’ora. Non di più. Dentro una gabbia. Destinata ai mostri. Sempre ammanettato. E mi portano al carcere speciale a Bergamo. E lì ci rimango altri tre mesi».

In quel carcere tu ti guardi anche la finale dei Mondiali del 2006. Quando l’Italia è diventata campione del mondo

«Tutti i Mondiali, non solo la finale 2006. Ho visto tutti i miei ex compagni».

Quindi vedevi Del Piero, il tuo ex compagno, mentre tu eri in cella? Quanti eravate lì dentro, Michele?

«In due»

Ti è andata benino, dai!

«Quello è il carcere speciale. Il reato di cui ero accusato prevedeva quel tipo di carcere. Nello speciale stai per 20 ore chiuso in cella. Hai soltanto quattro ore d’aria, due la mattina e due il pomeriggio. Però nelle rimanenti 20 ore sei chiuso in cella con il blindo proprio».

Chi ci stava in quel carcere?

«Gente che si faceva la galera minimo da dieci anni. Reati come ‘ndrangheta, mafia. Reati che prevedevano misure cautelari speciali. Ma se sai di non aver commesso nessun reato, l’esperienza è pesante. Vivaddio è finito tutto».

Ricordaci di cosa ti accusavano. Avevi aiutato un amico!

«Un mio amico. E non ho mai rinnegato questa amicizia. Neppure adesso. Mi chiama che ha bisogno di soldi. Per dei cavalli».

Che gli inquirenti ritenevano fosse un nome in codice che significasse carichi di stupefacenti, giusto? Nel tuo caso hashish…

«Ma noi abbiamo dimostrato che con quei soldi aveva davvero comprato quei cavalli. Lui aveva avuto problemi di giustizia ma non mi avrebbe mai e poi mai cacciato in un guaio simile».

Gli hai dato qualcosa come 40.000 euro…

«Di pasticci purtroppo ne aveva combinati. E proprio per questo prendo una precauzione. Che però non serve a niente. Ed anzi viene letta dagli inquirenti come un’ulteriore macchinazione. Li do a sua moglie. Ma secondo i miei accusatori ero il capo promotore e finanziatore di un traffico di spaccio internazionale di stupefacenti. Il tutto per un prestito di 36.000 euro».

Quanti processi hai dovuto subire?

«Ne ho fatti quattro. In primo grado condannato a otto anni e otto mesi. In appello a sei anni e otto mesi. La Cassazione finalmente rinvia tutto ad un nuovo processo d’appello. Dove vengo finalmente assolto perché il fatto non sussiste».

Questo calvario è durato in tutto quanto?

«17 anni! Quando, secondo me, sarebbero bastati 17 minuti di buon senso, seduti uno di fronte all’altro dove raccontare quello che ho sempre raccontato. Tra l’altro io sono stato interrogato dal magistrato qualcosa come 74 giorni dopo di galera. Ripeto, 74 giorni dopo. E continuamente chiedevo al mio avvocato: “Quando è che posso parlare col magistrato?”».

Il carcere in tutto dura?

«Tre mesi».

Con i domiciliari poi non eri ancora libero ma eri a casa…

«Ho riabbracciato mia moglie. Fra l’altro pure lei indagata. Ma subito prosciolta con accusa archiviata. Ma quei tre mesi che non ho potuto vederla sono stati terribili».

Che dicevano i tuoi compagni di carcere quando hanno visto arrivare un campione di calcio?

«Devo dirti che all’interno del carcere ho trovato tanta umanità. Non posso dire lo stesso fuori. Perché in questi anni ho provato a vivere normalmente. Andando allo stadio. Ma percepivo il pregiudizio nello sguardo delle persone. In carcere, questo non l’ho mai provato. Credevo fosse così perché ero un calciatore conosciuto. Ed invece no. Era così per tutti i nuovi arrivati. A meno che tu non ti sia macchiato di reati infamanti. Che nella legge del carcere sono la pedofilia o aver fatto il confidente per le forze dell’ordine facendo fare la galera anche ad altri. Una sensibilità che mi porto dentro».

Gaia Tortora, a proposito dell’ingiusta detenzione di suo padre Enzo, mi diceva: «Sembra incredibile, ma in carcere lo sanno subito se sei innocente».

«Tra di loro si riconoscono al volo. Scatta uno scanner automatico. Come arrivi hanno già capito tutto. Quelli hanno capito subito che io non c’entravo niente in mezzo a loro. Scherzavano, ridevano, parlavano di calcio, cercavano di sdrammatizzare».

Brutto però vivere i Mondiali del 2006 in galera da innocente…

«Non era certo motivo di consolazione. Ma invidia mai. Certo un telegramma di solidarietà da qualcuno non mi sarebbe dispiaciuto. Ma fa niente. Vado avanti a testa alta e per la mia strada».

Cosa fa oggi Michele Padovano?

«Oggi lavoro per Sky, racconto il calcio in maniera professionale, divertente. Sono felice e mi godo questo bel momento. Chiaramente questi 17 anni a me e alla mia famiglia nessuno li ridarà indietro. Le cicatrici ci sono. Devo dire che io da questa vicenda ho imparato tantissimo. Mi sento un uomo migliore con la U maiuscola. Non ho più voglia di cazzate. Di persone che dicono una cosa e ne fanno un’altra. Ho l’esperienza tale per riconoscere i cazzari a 100 metri di distanza. Li evito. Perché la vita è troppo breve e adesso ho bisogno di godermi il mio tempo. E ho un lavoro che mi piace. A Sky mi trovo veramente molto bene».

Ti ritieni tutto sommato fortunato? I casi di malagiustizia sono tanti. Ma a te è andata tutto sommato bene, nella sfortuna.

«Io mi ritengo una persona fortunata perché ho avuto la forza di potermi difendere sia economicamente che moralmente. Non è così scontato. Ho visto passare di fronte a me tante persone innocenti. Perché in carcere si riconoscono subito al volo. Il mio pensiero è andato a loro quando ho scritto la mia storia e raccontata tramite Sky. In un docufilm. Se questo aiuterà qualcuno ingiustamente accusato ed incarcerato, ne sarò orgoglioso e onorato».

Ma prima di vestire la maglia bianconera (sigh!) per chi tifavi?

«Per il Toro. Ma i tifosi della Juve una pacca sulla spalla non me l’hanno mai negata. Mi abbracciavano e mi dicevano “vedrai che ne uscirai”. E quindi ora la Juve è parte di me».

Ti riconosci in qualche calciatore in attività?

«No».

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