Il simulacro della resistenza per servire il vero regime
Alla kermesse Fedez e le altre comparse fanno i partigiani contro una dittatura fantasma. Mentre s’invocano simulacri di diritti per non parlare di quelli negati dal totalitarismo morbido. La sinistra però non tocca palla.

A Sanremo Fedez fa il partigiano in lotta contro una dittatura che non c’è. E sul palco si invocano diritti per non parlare di quelli negati dal totalitarismo morbido vissuto in pandemia. La sinistra si fa scippare l’opposizione dalle comparse e non tocca palla. Ha tante ragioni Francesco Merlo quando su Repubblica scrive che la vera opposizione al governo l’ha fatta Amadeus col suo carrozzone sanremese, un’opposizione «più allegra ma più decisa», più vitale ed efficace proprio perché – ricorda Merlo citando Guy Debord – nell’era dello spettacolo è lo show a comandare, e la politica insegue.

Il fine editorialista, tuttavia, commette un piccolo errore di prospettiva. Egli ritiene infatti che all’Ariston si sia vista la «nuova resistenza», e basterebbe immaginare le brigate Ferragni o il comandante Roberto Benigni in vigile appostamento sui monti per rendersi conto di quanto sia grottesca l’affermazione. L’errore di Merlo, più che scusabile, è lo stesso che commette parte della destra nel ritenere che quanto vi è di politico nel festival abbia, in effetti, uno scopo politico a beneficio di una parte.

Certo, Sergio Mattarella ha tessuto il suo ordito in teatro e – ancor più certo – le intemerate di Benigni e altri hanno regalato al Partito democratico qualche argomento su cui far cagnara (prontamente raccolto dalla maggioranza per rispondere con adeguata e speculare enfasi). Ma se ci caliamo appena più in profondità nell’analisi, ci rendiamo conto che, nel caso di Sanremo, non è lo spettacolo a essere funzionale alla politica, bensì l’esatto contrario: la politica fa parte dello show. Oggi ai manager, agli showman e alle showgirl, agli influencer e ai commentatori è richiesta una venatura di impegno. Qualcuno lo chiama Brand activism o Consumattivismo: trattasi in buona sostanza di una risciacquatura blandamente politica che permette di attrarre con più efficacia i consumatori contemporanei. Nello specifico sanremese, la strategia di marketing ha avuto effetto: grazie ai sermoncini di questo e quell’altro guitto l’intera manifestazione ottiene enorme pubblicità, alimentata più o meno inconsapevolmente dai partiti che intervengono, e l’attenzione resta alta. Tutto questo, dunque, fa parte dello show.

Attenzione: non significa che un fine politico non ci sia, ma va senz’altro oltre il limitato orizzonte della sinistra italiana. Per rendersene conto basta seguire il ragionamento di Merlo, secondo cui all’Ariston si è vista la «nuova resistenza». Chiediamoci dunque: esattamente, a che cosa starebbero resistendo la Ferragni, Benigni e Amadeus? A Matteo Salvini? Può darsi. D’altro canto, però, costoro più che resistenti sono permeabili, e lo sono completamente. Sanremo appare come la più edulcorata propaggine di una tendenza globale, come il meno estremo megafono del pensiero dominante, a cui tutti i presenti si sono velocemente piegati.

A Sanremo non vi è alcuna resistenza: piuttosto vi è la ripetizione delle parole d’ordine del regime, le stesse che rimbalzano ai Golden globe, agli Oscar e in qualunque altro evento d’intrattenimento a livello globale. Semplicemente, poiché si tratta dell’Italia, l’onda è arrivata più tardi, con meno potenza e più schiuma. Qualche esempio? Abbiamo udito le intemerate sul razzismo di Paola Egonu, che descrive la Penisola come una sorta d’inferno per neri, lei che sta in copertina sulle riviste, viene celebrata da tutti e gode di un robusto conto in banca, senz’altro meritato e senz’altro alieno da logiche razziali. Abbiamo sentito il predicozzo para femminista della Ferragni in abito Dior e corpo al vento, e poi la tiratina di Benigni sui diritti ma solo quelli che fanno comodo. Avremo, si suppone, la letterina di Volodymyr Zelensky sulle armi. Di nuovo: opposizione a cosa? Resistenza a che? I temi da illuminati ci sono tutti.

Sanremo, quindi, conferma che siamo nell’era dello spettacolo ma pure in quella dei simulacri. S’invocano simulacri di diritti per non parlare dei diritti realmente negati. Si costruisce un simulacro d’impegno funzionale al sistema per sfuggire all’impegno vero. Non risulta, ad esempio, che qualcuno abbia citato dal palco i lavoratori di Nielsen (l’azienda che si occupa delle rilevazioni Auditel): 40 di loro rischiano il licenziamento e hanno scioperato nel primo giorno di festival. Curiosamente, li hanno facilmente obliati. Non risulta nemmeno che si sia dato spazio a qualche intervento contro la guerra, stavolta che non fa comodo, o che si siano citati i milioni di italiani vessati in tempi grazie al Covid. In compenso, ecco il partigiano Fedez che -per non sfigurare nel confronto con la moglie – s’inventa ribelle a una dittatura che non esiste.

Quest’ultima vicenda è particolarmente emblematica. Il cantante (sic) ha esposto una foto vista e rivista del viceministro Galeazzo Bignami in carnevalesca divisa da nazista. L’immagine, è noto, risale al 2005 ed è stata scattata all’addio al celibato del Bignami, al quale è stato più che ripetutamente rinfacciata. Lui, come dovere imponeva, si è scusato, e ciascuno si può ovviamente costruire un’opinione in proposito. Non ci risulta, tuttavia, che Bignami abbia espresso simpatie per il nazismo o se ne vada in giro munito di stivaloni. Altro piccolo particolare: quando stava all’opposizione, vari mesi fa, Bignami si è speso non poco per far emergere alcuni interessanti documenti che agli italiani erano stati nascosti. Se oggi conosciamo la storia del piano pandemico mancante, se abbiamo potuto leggere i misteriosi verbali della task force anti Covid di Roberto Speranza, se conosciamo la vicenda del ricercatore Francesco Zambon, se abbiamo una commissione d’inchiesta sulla pandemia (che magari farà poco, ma è pur sempre qualcosa), lo dobbiamo all’azione di questo politico. E il partigiano Fedez che faceva, nello stesso periodo? Si lanciava ortaggi e beni alimentari con gli amici per festeggiare il compleanno? Rideva guardando i documentari su Emanuela Orlandi? Chi è, allora, il servo del regime? Il politico che si dà da fare a beneficio di una parte di popolazione realmente oppressa o il cantante che tramite la sua presunta opposizione ottiene applausi e ricchi cachet?

Simulacro e spettacolo: si appronta una gustosa messa in scena contro una dittatura inesistente per meglio obbedire al totalitarismo morbido realmente imperante, cioè quello che trae dallo show impegnato il vero vantaggio. La sinistra italica, qui, è a malapena una comparsa: non riesce nemmeno a cavalcare la tendenza, semmai finge di dominarla mentre ne viene fagocitata. Sanremo è il festival di ciò che resta della sinistra: il nulla.

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