I vescovi separano Chiesa e politica. Il capo della Cei fa il costituzionalista
Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Dopo aver benedetto le diocesi che chiedevano ai candidati di lasciare ogni ruolo nelle parrocchie, Matteo Maria Zuppi esonda e critica autonomia e premierato. Arrivando a polemizzare con Giorgia Meloni: «Mi scambia con Benigni».

il Pd gruppettaro di Elly Schlein e gli anticlericali di Emma Bonino e Carlo Calenda. Complimenti per la coerenza. L’atteggiamento sorprende perché è in controtendenza non solo con il lontano e anacronistico Non expedit (il divieto del clero di partecipare alla vita pubblica dei laici) ma va contromano rispetto alle indicazioni che alcuni vescovi, con l’avallo del Vaticano, hanno recentemente dato al popolo dei fedeli.

Tre mesi fa avevamo salutato con grande favore la decisione di monsignor Giacomo Morandi, vescovo di Reggio Emilia e numero uno della Cei dell’Emilia Romagna (con il naturale appoggio del referente supremo, cardinal Matteo Maria Zuppi), di inviare una lettera alle parrocchie della diocesi per invitare «i candidati di qualsiasi lista» a dimettersi da ruoli di responsabilità all’interno delle organizzazioni ecclesiastiche «per evitare che i nostri ambienti diventino luoghi di campagna elettorale».

Così catechisti, responsabili oratoriani, membri dei consigli pastorali venivano sensibilizzati, in caso di candidatura per le Europee o per le amministrative, a fare un passo indietro per non creare commistioni indebite. «Inoltre non sarà possibile ospitare nelle chiese e nelle strutture parrocchiali incontri e dibattiti in vista delle urne. Ciò per evitare che i nostri ambienti possano diventare luoghi di campagna elettorale».

La precisazione dovrebbe essere scontata, ma non lo è e testimonia il gesuitico sbilanciamento progressista di questi ultimi anni. Per precisare ancora meglio il concetto e per evitare di essere strumentalizzato, il vescovo di Reggio Emilia aveva aggiunto: «I cristiani che sentono la vocazione al servizio politico possono seguirla con pieno diritto, liberamente e responsabilmente, nella consapevolezza che sia il ministero di natura ecclesiale, sia l’impegno politico chiedono un coinvolgimento totalizzante di tempo e risorse, dunque è bene che siano nettamente distinti». Fra i mugugni di associazioni targate e cooperative della Regione storicamente più a sinistra d’Italia, si era associato alla richiesta il vescovo di Ascoli Piceno, Gianpiero Palmieri. Un atteggiamento saggio, che invitava all’equidistanza, a non usare l’abito talare o le prerogative pastorali per fare propaganda.

È quindi disturbante notare che l’evangelico distinguo fra Dio e Cesare riassunto nel codice comportamentale dovrebbe valere per catechisti, consiglio pastorale e coadiutori degli oratori, non per il capo supremo della Conferenza episcopale. «Non fare a nessuno ciò che non piace a te», (Bibbia, libro di Tobia). Il concetto etico della reciprocità e la pratica dell’alterità sono diventati un tovagliolo usato per il cardinal Zuppi quando si è trattato di indicare la contrarietà al premierato e il fastidio fisico rispetto all’autonomia differenziata. E quando si è trattato, per contro, di applaudire chi ha nel programma «l’accoglienza diffusa dei migranti» (fallimentare dove è stata applicata, tranne che sulla bagnarola di Luca Casarini) e una «certa idea d’Europa» da allargare a dismisura con criteri turbo-laici e poco cristiani.

Qui il criterio dominante crolla, l’aurea saggezza si trasforma in tifo ultrà e il testimone diventa testimonial. Con l’effetto di rendere inutili gli appelli alla terzietà dei sottoposti, se chi li affigge ai portali delle cattedrali si trasforma in sponsor e rimane abbarbicato a formule di un altro mondo, quando «nell’urna Dio ti vedeva, Stalin no». La sbandata elettorale deve aver urtato la raffinata intelligenza del presidente della Cei medesimo, così infastidito dalla sottolineatura di Giorgia Meloni sul premierato («Non so cosa esattamente preoccupi la Cei, visto che la riforma del premierato non interviene nei rapporti fra Stato e Chiesa») da sentire il bisogno insopprimibile di replicare tirando in ballo il fine biblista Roberto Benigni.

«La Chiesa non si schiera con una parte o con l’altra», ha spiegato l’alto prelato bolognese Zuppi dopo averlo fatto in lungo e in largo su tutto, forse tranne che su Thiago Motta alla Juventus. Poi ha aggiunto: «Io non sono entrato nel merito della riforma, non ho dato giudizi sul rafforzamento dei poteri del premier. Ho solo espresso una preoccupazione. Le riforme costituzionali richiedono la partecipazione più ampia possibile». Dopo l’ammissione di non essere (ancora) all’altezza di un Sabino Cassese, ecco la stoccata per buttarla in caciara: «Forse la premier mi ha scambiato con Benigni che voleva fare il campo largo con il Papa». Dribbling non riuscito, scripta manent. Dopo la zuppa, la zeppa.

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