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Il commissario Michael O’Flaherty scrive ai senatori: «Non votatelo». Ira di Ignazio La Russa.

L’Italia è il Paese europeo che meno attrae i migranti qualificati: solo il 13% di chi arriva ha una laurea, contro una media europea decisamente più alta. Un report dell’Area studi di Mediobanca, firmato da Gabriele Barbaresco, sugli impatti economici delle migrazioni cerca di rispondere alla domanda se la migrazione è un problema o una risorsa.

Il presupposto è questo: l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui un immigrato extra Ue ha alte probabilità di trovare lavoro, ma quasi sempre in settori a bassa qualifica o in ruoli dequalificanti rispetto alla propria formazione. Solo il 14% occupa ruoli altamente qualificati, contro il 33% della media europea. In Svezia, per fare un paragone, la percentuale sale addirittura al 51%. Lo schema di Mediobanca è riassunto in tre punti: i migranti che arrivano in Italia hanno «una probabilità più alta che in Europa di trovare un’occupazione a bassa qualifica»; «una probabilità più bassa che in Europa di avere un’occupazione qualificata»; «una probabilità più alta che in Europa di ottenere un’occupazione dequalificante».

Ma c’è di più: «Le aziende fanno affidamento sugli stranieri, piuttosto che sugli italiani nativi», si legge nel report, «perché questi ultimi non sono disposti a lavorare in quella occupazione o sono considerati non professionali». E il punto più debole è questo: «Gli immigrati a maggiore formazione preferiscono la disoccupazione a lavori di basso status nelle prime fasi della ricerca di lavoro ma alla fine, in mancanza di opportunità, finiscono per accettare lavori al di sotto delle loro qualifiche». La probabilità per un migrante di trovare lavoro è molto simile a quella di un italiano, con uno scarto di soli 2,3 punti percentuali rispetto agli 8,3 punti della media europea. L’impatto sulla produttività del lavoro, ovviamente, è negativo. Un aumento dell’1% della quota di migranti extra Ue nel mercato del lavoro è associato, infatti, a una riduzione della produttività dello 0,5%. Questo è in netto contrasto con la maggior parte degli studi internazionali, che dimostrano come la migrazione tenda a generare effetti positivi sulla produttività.

Il caso italiano, invece, rappresenta una sorta di eccezione: qui la migrazione non è percepita come un’opportunità, ma come un palliativo per tamponare i vuoti del mercato del lavoro. Le politiche di integrazione, però, come dimostrano i modelli virtuosi del Nord Europa, ricostruisce Mediobanca, richiedono un investimento iniziale significativo e garantirebbero benefici solo nel lungo termine. La stima: «Le politiche d’integrazione», secondo il report, «pagano, ma prima vanno pagate. Esse comportano cioè l’impiego di ingenti risorse finanziarie e il bilancio tra costi sostenuti e benefici prodotti diviene positivo solo dopo almeno un decennio». Nel caso degli immigrati economici, poi, il Pil nazionale può aumentare di quasi l’1% entro il quinto anno.

Lo scenario è meno roseo per i rifugiati, i cui benefici economici emergono con maggiore lentezza a causa di una più ampia dispersione. Secondo lo studio, per trarre il massimo vantaggio dai flussi migratori, l’Italia dovrebbe guardare ai modelli scandinavo e canadese. Paesi come la Svezia hanno ottenuto risultati notevoli grazie a politiche di piena integrazione che favoriscono l’accesso al lavoro, contrastando così lo squilibrio demografico. Crolla pure lo stereotipo della vulgata che propaganda gli ingressi come soluzione allo spopolamento. Le proiezioni dell’Istat al 2050 indicano che l’Italia registrerà un saldo naturale negativo di 360.000 unità all’anno, compensato solo in parte da un saldo migratorio netto positivo di 195.000 unità.

E mentre Mediobanca ammonisce sulle difficoltà a invertire la tendenza, soprattutto considerando che circa 145.000 italiani lasceranno il Paese ogni anno nello stesso periodo e che la popolazione in età lavorativa potrebbe diminuire quindi di 5,4 milioni di persone entro il 2040, con una riduzione del Pil stimata al 9%, il commissario Michael O’Flaherty del Consiglio d’Europa si è preso la briga di scrivere ai senatori italiani per chiedere di boicottare il ddl Sicurezza, accusandolo di violare i diritti umani e di introdurre reati vaghi come le proteste passive o l’interruzione del traffico. Ignazio La Russa, presidente del Senato, respinge con fermezza la lettera, definendola «un’inaccettabile interferenza» nell’autonomia del Parlamento «durante l’iter di formazione di una legge, quasi che i senatori di maggioranza e di opposizione fossero incapaci di valutarne i contenuti e le conseguenze autonomamente». Poi ha aggiunto: «Non condivido neanche il merito delle argomentazioni». E ha dato mandato agli uffici del Senato di respingere l’inaccettabile pretesa di O’Flaherty.

L’intervento a gamba tesa è stato respinto perfino dai dem, con Francesco Boccia: «Difendiamo la nostra autonomia». Un attimo dopo, però, Boccia ha preso la palla al balzo per prendersela con la maggioranza: «Il provvedimento presenta criticità e va modificato». Un assist a O’Flaherty.

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