Il miglior paradiso fiscale è a Vanuatu. Ed è pure fuori dalla black list

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo) nel 2018 i flussi di investimenti diretti esteri (Ide) verso l’arcipelago del Pacifico hanno raggiunto i 38 milioni di dollari. Dato in crescita di 14 milioni rispetto al 2017.

Ottanta isole che si estendono per circa 1.300 chilometri nell’Oceano Pacifico meridionale con barriere coralline, acqua cristallina e natura selvaggia. L’arcipelago di Vanuatu offre questo e molto altro soprattutto dal punto di vista fiscale. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo) nel 2018 i flussi di investimenti diretti esteri (Ide) verso Vanuatu hanno raggiunto i 38 milioni di dollari. Dato in crescita di 14 milioni rispetto al 2017. Secondo il rapporto, gli Ide negli anni hanno stimolato la crescita nel settore immobiliare, finanziario e assicurativo. Contribuendo anche a incrementare la crescita del Pil che si attesta sul 3-4% annuo. Il Paese ha una popolazione di 221.000 persone e l’80% vive in aree rurali sopravvivendo grazie all’agricoltura. A livello nazionale l’economia dell’arcipelago si basa prevalentemente sull’agricoltura, il turismo e i servizi finanziari offshore. Quest’ultimo è il settore che i diversi governi dell’arcipelago hanno cercato di sviluppare sempre più nel tempo. Dal 1984 ad oggi il centro finanziario di Vanuatu ha infatti contribuito in modo significativo alle entrate del governo centrale. Secondo il “finanlcial secrecy index 2018” pubblicato dall’organizzazione fiscale Tax justice netwok, il settore finanziario ha inciso per un 7% sulle entrate nazionali. Nonostante l’attività delle banche offshore dell’arcipelago siano diminuite, in concomitanza di una maggiore attenzione a livello internazionale sul fenomeno dell’elusione ed evasione fiscale, si parla sempre di 106 milioni di dollari di flussi nel dicembre 2016. E non solo, nel 2015 il numero di società internazionali sul territorio si sono quadruplicate raggiungendo il massimo storico di 6.316 (più del triplo delle aziende locali).

Ma dunque, cosa spinge società internazionali e investitori verso Vanuatu? Sono due gli elementi attrattivi: un sistema fiscale agevole e un alto livello di privacy per tutti i correntisti esteri. Aspetto quest’ultimo valutato molto positivamente a livello internazionale dato che Paesi come la Svizzera o Panama non possono più garantire questo tipo di servizi, dopo essere state messe sotto la lente d’ingrandimento a livello internazionale ed Europeo. Inoltre, la legislazione dell’arcipelago prevedere, per qualsiasi persona fisica o giuridica che divulghi informazioni sui titolari dei conti offshore, una multa di 50.000 dollari o una pena detentiva di massimo due anni. Per le società la sanzione, in caso di divulgazione, sale fino a 250.000 dollari.

C’è però da direi che l’arcipelago non è stato sempre considerato un paradiso fiscale. La sua storia fiscale è infatti iniziata del 1971. Nel 1993 è diventata una destinazione finanziaria internazionale ambita con l’International companies act, modellato sulla legislazione della Bahamas e delle Isole vergini britanniche, e successivamente ha sviluppato anche il banking, l’insurance stamp duties and trust companies act. Legislazioni necessarie per poter concedere agli stranieri di avere agevolazioni anche nel settore bancario, assicurativo e dei trust.

Si può quindi dire che Vanuatu ha sviluppato una legislazione particolarmente favorevole per le società che vogliono aprire un centro offshore nell’arcipelago. Sono infatti previste: esenzione da tutte le imposte locali, non bisogna presentare rendimenti annuali, requisiti di audit, si basa su un sistema di common law (anglosassone), il nome del direttore e azionisti della società possono rimanere celati, la privacy dei clienti esteri è tutelata su tutti i fronti, non è necessario che una società dichiari il vero nome del proprietario effettivo e infine Vanuatu è stata tolta dalla lista nera dell’Ocse. Ma non finisce qua perché l’arcipelago non fa neanche pagare alle società internazionale, per un periodo minimo di 20 anni: l’imposta sui dividendi, quella sulla società, sul valore aggiunto, sulla proprietà e sulle successioni. A tutto questo fa da cornice una crescita economica forte negli anni, una situazione politica stabile e un continuo ammodernamento dei sistemi fiscali e finanziari. Insomma, in un periodo dove i paradisi fiscali con spiagge e palme non vanno più tanto di moda Vanuatu, nel Pacifico, riesce a mantiene saldo lo scettro di miglior paradiso fiscale internazionale, tropicale.

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