• Dopo gli attacchi iraniani a Ras Laffan, Roma rischia di perdere il 40% del Gnl per cinque anni. Insieme a Belgio, Corea e Cina.
  • L’esecutivo studia nuove mosse. Si va verso un cdm straordinario. Opposizioni patetiche: prima chiedono misure e poi le definiscono «elettorali».

Lo speciale contiene due articoli.

L’allargamento del conflitto, l’intensificarsi degli attacchi al Qatar con gli impianti di gas entrati nel mirino dell’Iran, scuote l’Europa. Teheran ha colpito Ras Laffan, il più grande impianto di Gnl del mondo. Il Qatar potrebbe chiudere da un momento all’altro i rubinetti del gas e allora all’Italia verrebbe a mancare circa il 40% delle forniture. Basta questa percentuale per dare l’idea della gravità dello scenario e della difficoltà di azzardare qualsiasi previsione sull’andamento delle quotazioni dei prodotti energetici. L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, ha dichiarato a Reuters che due dei suoi 14 impianti di liquefazione del gas naturale (Gnl) e uno dei due impianti di gas-to-liquids (Gtl) sono stati danneggiati negli attacchi. Ciò che ne potrebbe seguire rischia di rivoluzionare i mercati. «Potremmo dover dichiarare la forza maggiore sui contratti a lungo termine, cioè l’esonero dalla responsabilità contrattuale, per un periodo fino a cinque anni per le forniture di Gnl verso Italia, Belgio, Corea e Cina», ha detto il manager. Le riparazioni degli impianti danneggiati, ha spiegato il Ceo, metteranno fuori uso 12,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per un periodo compreso tra tre e cinque anni. Poi ha sottolineato che l’attacco iraniano ha colpito il 17% della capacità di Gnl del Qatar, causando una perdita di entrate annuali stimata in 20 miliardi di dollari. Il primo ministro e capo della diplomazia del Paese, Mohammed bin Abdelrahmane Al Thani, ha detto che l’attacco iraniano all’impianto di gas avrà «gravi ripercussioni sull’approvvigionamento energetico».

Secondo dati ufficiali, quasi il 40% del Gnl arrivato in Italia proveniva dal Qatar, pari a circa 6,6 miliardi di metri cubi; e secondo Snam, nel 2025 il Gnl ha coperto circa un terzo della domanda nazionale di gas. Il taglio delle forniture e il conseguente aumento del prezzo ha un impatto sull’energia elettrica giacché questa viene prodotta per circa la metà utilizzando il gas che per il nostro Paese è una fonte vitale. Il Gme, il Gestore dei mercati energetici, stima che oggi il prezzo dell’elettricità arriverà a toccare quota 157 euro/Mwh contro una media 2026 di 128 euro. Alle 20 è previsto il massimo a 212 euro/Mwh. E si tratta di un livello che non contempla ancora il boom del Ttf di ieri, per cui è molto probabile che la luce salirà a 170-180 euro/Mwh.

Gli economisti della Bce hanno stimato che nello scenario più grave il petrolio potrebbe arrivare fino a 150 dollari e il gas a 110 euro/Mwh nel secondo trimestre del 2026. Non solo. la crescita del Pil dell’Eurozona scenderebbe quest’anno allo 0,4%, mentre l’inflazione salirebbe al 4,4%, per poi arrivare fino al 4,8% nel 2027 in caso di choc energetico persistente. L’impatto dipende dalla durata e dall’intensità dello choc energetico e dalla sua trasmissione all’economia reale. In questo scenario il decreto Bollette appare insufficiente e andrebbe irrobustito. Intanto Gas Intensive, la società consortile promossa da otto associazioni di settore di Confindustria, che rappresenta il più grande consumatore industriale di gas naturale in Italia, lancia l’allarme. Per il presidente, Aldo Chiarini, «è necessario agire con la stessa determinazione dimostrata nel recente intervento sulle accise sui carburanti. Servono misure simili anche sul fronte del gas naturale». Il presidente di Assocarta, Lorenzo Poli, avverte: «La situazione era già critica dopo lo scoppio del conflitto a fine febbraio, ma oggi ci troviamo a fronteggiare un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio il settore industriale italiano. Non possiamo permetterci una nuova crisi dei costi del gas come quella vissuta nel biennio 2021-2022». Per Marco Ravasi, presidente di Assovetro, «è evidente che l’approccio emergenziale non è più sufficiente. L’Europa deve fare un passo avanti: serve una strategia comune e strutturale in materia di energia, capace di garantire stabilità e sicurezza per l’economia continentale. Solo con un’azione coordinata a livello europeo possiamo difendere il nostro sistema industriale e i milioni di posti di lavoro che ne dipendono». Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica, sottolinea: «Nessuno vuole rivivere i livelli estremi raggiunti dal prezzo del gas nel 2022, ma la situazione attuale non è meno allarmante».

Le quotazioni delle fonti energetiche alle stelle rischiano di compromettere la crescita. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha sottolineato che già in un anno l’Europa ha perso un milione di posti di lavoro. «E il trend sta continuando». Il pericolo viene dalla Cina, che «ha incrementato del 32% le esportazioni verso il Vecchio Continente. La deindustrializzazione d’Europa, per alcuni Paesi che stanno cedendo un’industria di base alla Cina, per noi è una preoccupazione». È un tema che si aggiunge alla crisi energetica e impone alla Ue «un cambio di passo». Per Orsini, «sulla competitività europea oggi è l’ultima chiamata, l’ultimo treno che passa».

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