- Previsti rallentamento e ondata di Npl. Gli istituti dovranno incorporare lo scenario recessione nei loro piani sul capitale.
- Credit Suisse riacquista il debito. Trema il fondo dei metalmeccanici. Il colosso elvetico tenta di mettersi in sicurezza dopo gli scandali. Rischi per Cometa?
Lo speciale comprende due articoli.
A Francoforte la realtà suona la sveglia e scatta lo stato d’allerta per l’effetto che la palla di neve dei crediti deteriorati avrà sul sistema bancario. La Bce sta infatti alzando la pressione sugli istituti allo scopo di tenere i bonus e i dividendi 2022 sotto controllo di fronte a uno scenario macroeconomico che si sta facendo sempre più difficile. La vigilanza europea, riferisce Bloomberg, si è fatta sentire singolarmente con alcuni istituti invitandoli alla moderazione, preoccupata che la crisi energetica possa tradursi in un’ondata di default e che i rischi legati al contesto economico possano essere sottostimati per le possibili inadempienze dovute all’escalation del caro-bollette. Ipotesi più volte evidenziata sulle pagine di questo giornale già da qualche mese. Un po’ come è successo con il gas e l’inflazione, e il copione potrebbe essere molto simile: lanciamo (in ritardo) l’allarme e poi però nicchiamo sulla soluzione con il risultato che agli «allarmati» il messaggio è sempre il solito: nel frattempo, arrangiatevi.
Il pressing della banca centrale coincide anche con le previsioni di un ulteriore rallentamento economico del continente entro il 2023 (e di una recessione se ci sarà una completa interruzione delle forniture dalla Russia). Diverse banche dell’Eurozona come Unicredit, Commerzbank o Deutsche Bank hanno fornito indicazioni ottimistiche per il futuro, anche con l’aumento dell’inflazione e l’aumento dei tassi di interesse che gravano sull’ambiente economico. Ebbene, la Bce ritiene che gli istituti di credito potrebbero sottovalutare i rischi. A luglio il presidente del Consiglio di vigilanza dell’istituto centrale, Andrea Enria, aveva annunciato che l’authority stava chiedendo alle banche di rivedere le previsioni patrimoniali per includere scenari macroeconomici avversi aggiornati e sufficientemente conservativi, in particolare considerando assunti di recessione coerenti con le previsioni ufficiali. In pratica dovranno incorporare lo scenario recessione nei loro piani sul capitale.
I crediti deteriorati delle banche Ue nel secondo trimestre hanno continuato a diminuire, mentre i prestiti sono tornati a crescere. Anche se al momento non viene registrato un cambiamento significativo nelle dinamiche di credito, la situazione è però destinata a peggiorare (anche per lo scarto temporale che impiegano i prestiti in bonis a deteriorarsi) e prevenire è sempre meglio che curare. L’intervento sui tassi varato da Francoforte arriva, inoltre, proprio mentre le aziende avranno meno liquidità per rimborsare i prestiti e una marginalità più bassa che complica il rispetto delle scadenze dei rientri.
Ieri è stato diffuso un rapporto degli esperti di Moody’s in cui si legge, appunto, che l’aumento dei costi energetici e il rischio del razionamento del gas durante l’inverno stanno creando condizioni difficili per le imprese e rendendo loro più difficile sostenere il rimborso del debito. I prestiti problematici inizieranno a crescere dopo anni di miglioramento delle prestazioni degli asset. Le banche in Germania, Austria e Italia, dove la carenza di energia ha colpito più duramente, saranno le più vulnerabili. «Le banche italiane sono fortemente esposte al settore manifatturiero», scrivono gli analisti dell’agenzia di rating citando Banco Bpm con un’esposizione alle imprese manifatturiere per 22,1 miliardi di euro e a quelle del settore energy per 1,2 miliardi, Intesa Sanpaolo (65,5 e 10,5 miliardi rispettivamente) e Unicredit (60,1 e 9,7 miliardi). Quelle tedesche hanno invece «ampiamente prestato al settore dell’energia e dei servizi pubblici», sottolinea il report nominando Commerzbank, Bayerische Landesbank, Landesbank Hessen, Thueringen Gz e Landesbank Baden. Infine, fra le austriache vengono citate Raiffeisen bank international e Raiffeisenlandesbank Oberoesterreich. Secondo il rapporto, le conseguenze finanziarie saranno attenuate, ma non del tutto compensate, dalle misure di sostegno del governo.
Da una parte, dunque, ci ritroveremo con le insolvenze provocate dai rincari energetici e dai razionamenti, e dall’altra – come seconda gamba del problema – con gli effetti sui mutui dell’aumento dei tassi. Di certo, servono decisioni chiare e tempestive. Che, però, guardando alle gaffe e agli inciampi comunicativi degli ultimi mesi, madame Christine Lagarde non sempre ha garantito. Senza dimenticare che a fine settembre l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) ha smontato di fatto la base giuridica per cui la Commissione europea può intervenire nei mercati dei derivati per aiutare le società energetiche in difficoltà. In sostanza gli Stati membri dovranno arrangiarsi da soli per salvare le utilities nazionali. Altro che aspettiamo Bruxelles, il muro su fallimenti e insolvenze è stato alzato e ognuno dovrà armarsi di piccone e tentare di abbatterlo da solo. Compresa l’Italia che, secondo l’ultimo Market Watch Npl di Banca Ifis, rischia di trovarsi davanti a una montagna di 82 miliardi di crediti deteriorati entro il 2024.
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