In Italia il fine vita è ormai preda di accanimento terapeutico giudiziario. Un po’ per la colpevole pigrizia del Parlamento che si guarda bene dall’affrontare un argomento etico così alto e divisivo, molto per il protagonismo dei tribunali che – vittime di una certa bulimia di potere – sgomitano per sostituirsi al legislatore. Per il futuro e anche per il passato. Lo indica una sentenza con dicitura vintage come il «caso Englaro», chiuso 15 anni fa per tutti tranne che per la Corte dei conti, che ieri ha condannato in appello Carlo Lucchina, ex direttore generale della Sanità della Regione Lombardia, a pagare all’erario 175.000 euro.
Si tratta del denaro che il Pirellone nel 2017 aveva dovuto attribuire (dopo opportuno iter giudiziario) al padre di Eluana Englaro come «risarcimento» per i danni morali e per il trasferimento della donna nella struttura sanitaria La Quiete di Udine dove era deceduta il 9 febbraio 2009. Allora la Regione Lombardia, in assenza di una legge che regolasse il delicatissimo tema, si era rifiutata di condannare a morte la donna di Lecco, 39 anni, in coma irreversibile per un incidente stradale da quando ne aveva 22. Per il lettore si tratta di preistoria, ma nel dibattito sul fine vita quel caso costituì una pietra angolare, il primo decisivo passo verso una cultura anglosassone della buona morte in sostituzione della vita «senza se e senza ma», uno dei cardini valoriali del cattolicesimo italiano.
Nella sentenza punitiva della Corte dei conti si legge che «fu una interpretazione personale ed autoritativa del diritto alla vita e alla salute» a spingere Lucchina a impedire che a Eluana fosse interrotto il trattamento che la manteneva in vita, pure in stato vegetativo. Sintetizzando: pretendeva di farla vivere, quindi deve pagare di tasca sua. Agghiacciante. L’ex direttore generale, assolto in primo grado perché «la sua decisione era stata ponderata» e supportata dal parere dell’Avvocatura regionale, è stato condannato nel procedimento erariale d’appello che non ha tenuto conto del contesto di allora. Oggi Lucchina sottolinea che «la mia non è stata obiezione di coscienza, ho attuato le linee dell’Avvocatura» e prepara il ricorso in Cassazione.
L’argomento è dolorosamente etico ma lo sviluppo è meramente giudiziario. Per un giudizio completo della vicenda va aggiunto che l’imposizione di «staccare la spina» in nome dell’autodeterminazione arrivò ancora una volta da un tribunale (la Cassazione) anche se Eluana Englaro – proprio perché non più in grado di intendere e di volere – non poteva esprimere alcuna volontà. Un rebus intricato: se da una parte «ciascun individuo può rifiutare le cure alle quali è sottoposto se le ritiene insostenibili e degradanti», dall’altra l’impossibilità di rendere palese la volontà rendeva impraticabile l’applicazione dell’articolo 32 della Costituzione.
La Sanità della Regione allora guidata da Roberto Formigoni si oppose adducendo che, in assenza di una legge, i medici che avessero sospeso l’alimentazione di Eluana con un sondino nasogastrico (lei respirava in maniera autonoma) sarebbero venuti meno ai loro obblighi professionali. E avrebbero corso il rischio di essere incriminati per omicidio. Il caso divise in due il Paese e lasciò intuire il corto circuito politico-giudiziario in mancanza di un intervento del legislatore. Beppino Englaro, padre e tutore di Eluana, protagonista della battaglia per interrompere l’alimentazione artificiale della figlia, commenta così all’agenzia Ansa la decisione della Corte dei Conti: «Sapevo di avere un diritto ed era chiaro che in Regione lo ostacolavano. Io ho agito nella legalità».
Nel febbraio 2009 la vicenda si trasformò in un braccio di ferro politico fra il governo di Silvio Berlusconi e il Quirinale abitato dal presidente Giorgio Napolitano. In quei giorni, mentre Englaro (forte della sentenza di Cassazione) bussava a cliniche fuori regione che staccassero la spina, l’esecutivo varò un decreto per vietare «in qualunque caso e su tutto il territorio nazionale» la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione dei pazienti. Il capo dello Stato non lo firmò per incostituzionalità. Allora il consiglio dei ministri tentò di trasformare il decreto in disegno di legge e i presidenti delle Camere Gianfranco Fini e Renato Schifani convocarono il Parlamento in sessione straordinaria, nel tentativo di approvarlo in una corsa contro il tempo.
Mentre in aula era in corso la discussione del provvedimento, il 9 febbraio arrivò la notizia che Eluana era morta; nella clinica di Udine un’équipe medica aveva ubbidito ai giudici e alla volontà di Beppino Englaro, sospendendo progressivamente idratazione e alimentazione per tre giorni. Il disegno di legge fu ritirato nella costernazione generale. Quindici anni dopo, mentre sul testamento biologico sono stati fatti passi avanti, una regolamentazione esaustiva sul fine vita non c’è ancora. Così i tribunali continuano a indicare una via tecnocratica e nichilista, con l’imbarazzo (forse) di non rappresentare la volontà dei cittadini. Ma solo la loro.
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