I Bellicosi rischiano guai senza l’Onu
Ansa
I «volenterosi» si muovono privi di un’egida sovranazionale. Mandare soldati sarebbe illegittimo e causerebbe disastrose reazioni. Antonio Tajani: «Missioni solo con Nazioni unite».

Quattro uomini in barca. Ormai abituato a valutare le missioni internazionali dal numero di foto ricordo, Emmanuel Macron si è messo in posa con i tre amigos anche a Tirana pensando di rappresentare tutto il continente. E ha convinto Keir Starmer, Friedrich Merz e Donald Tusk che questa è la strada per mettere in ginocchio Vladimir Putin e costringerlo al «cessate il fuoco». Al di là dell’irrilevanza della mossa fotografica (ricordiamo tutti il patetico treno per Yalta del 2022, quando anche Mario Draghi cascò nel tranello), i ripetuti summit dei Paesi guerrafondai con Volodymyr Zelensky sta creando più di un problema alla causa della pace. Per numerosi motivi diplomatici che nascono da un vulnus grande come un carro armato: i cosiddetti volenterosi – sarebbe meglio definirli Bellicosi – non hanno alcun ombrello giuridico.

Quella allestita dal presidente francese, che a giorni alterni parla di «invio di truppe sul campo» (spalleggiato da Starmer), è una coalizione improvvisata, un club di muscolari in tuta mimetica che giocano alla guerra senza alcuna legittimazione da parte degli enti sovranazionali deputati ad attribuirla. Non c’è l’ombrello dell’Unione europea (Macron ci ha provato ma è stato rimbalzato senza neppure votare), non c’è nessuna risoluzione dell’Onu a sancirne il ruolo, non c’è il coinvolgimento della Nato a riconoscere giuridicamente valido ogni passo del pool, attraversato da pruriti bellici determinati da interessi privati.

Il prigioniero dell’Eliseo è mosso dall’indole bonapartista che si aggiunge al disperato tentativo di ritagliarsi all’estero un ruolo che in patria non ha più. Il laburista Starmer si accoda per viscerale contrarietà britannica a tutto ciò che è russo dai tempi della Guerra fredda e anche prima. Merz sta dentro il club per interessi di bottega, sperando di intercettare buona parte degli 80 miliardi del «riarmo» caro a Ursula von der Leyen per riconvertire l’industria automobilistica tedesca in crisi profonda. E il progressista polacco Tusk rappresenta un paese che confina per 535 km con l’Ucraina, quindi quasi in trincea.

Il bluff è evidente, non sempre si può giocare a scacchi con le regole del poker. Lo ha sottolineato ieri a Noto, a una convention di Forza Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, rispondendo alle contorsioni dell’opposizione che avrebbe voluto la presenza di Giorgia Meloni nella foto ricordo: «La presidente del Consiglio ha detto in maniera molto chiara che la nostra posizione è quella di non partecipare a missioni militari non collegate alle Nazioni unite, e allora credo che abbia voluto marcare questa posizione. Noi siamo per la pace e sosteniamo le iniziative americane. Però crediamo che una presenza militare debba esserci soltanto con una iniziativa delle Nazioni unite perché così ci sarebbe la garanzia anche da parte russa di evitare nuovi scontri».

Una posizione legittima, lontano da chi immagina i conflitti come esercitazioni Combat, esibizioni da weekend con le guance infangate e le foglie sull’elmetto. I quattro uomini in barca non possono giuridicamente decidere per tutti sull’invio di truppe e nemmeno sul cessate il fuoco. Per i russi non sono neppure interlocutori accreditati. In teoria Francia, Germania, Gran Bretagna e Polonia potrebbero accettare un invito formale di Zelensky di intervenire sul terreno a supporto dell’esercito di Kiev. Ma senza un mandato dell’Onu non avrebbero alcuna garanzia di non essere presi a cannonate dai russi. E in questo caso si innescherebbe un enorme problema per l’intero Occidente. Poiché i Bellicosi rappresentano nazioni Nato, secondo i trattati dovrebbero essere obbligatoriamente soccorsi dagli alleati, con il risultato di formalizzare un conflitto più ampio e dalle conseguenze potenzialmente devastanti.

Perfino una delle guerre più controverse degli ultimi anni, quella del Kosovo lanciata da Bill Clinton, fu combattuta sotto il cappello della Nato e legittimata dalla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite dopo ripetuti vertici europei a Rambouillet (Parigi). Qui nulla, solo iniziative estemporanee, minacce e foto ricordo, con il plauso irresponsabile dell’opposizione italiana, che si aggrappa all’assenza di Giorgia Meloni per accusare il governo di isolamento. Come se Elly Schlein e Giuseppe Conte, dopo un buon numero di ipocrite marce della pace, fossero pronti a dipingersi la faccia di nero e imbracciare i bazooka senza alcun mandato internazionale.

È ancora Tajani a precisare: «Non mi pare che siamo così isolati. Stasera (ieri, ndr) la premier è a colloquio con il cancelliere Merz, io a cena con il segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Marco Rubio. Siamo protagonisti e continueremo a esserlo, a dispetto di chi pensa che si debba sempre denigrare l’Italia per vicende interne. Così si fa soltanto il male del nostro paese». Alla larga dai Bellicosi, buon segno.

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