È la notte più nera, è l’incubo diabolico di una resa. Il Milan lascia la Champions quando tutto era in discesa e la finestra sugli ottavi (più gli 11 milioni di premio) erano a portata di mano. Una follia collettiva contro un Feyenoord baby. Soprattutto, una follia individuale con il doppio giallo che Theo Hernández colleziona lasciando i compagni in dieci a partita incanalata. Così finisce 1-1, gli olandesi che avevano vinto 1-0 all’andata rimontano e vanno avanti. Potrebbero incontrare l’Inter, privi di Santiago Giménez, il micidiale centravanti che il Milan s’era portato a casa. Doppio incubo nel giorno zero. Tutto questo quando c’era la sensazione che l’inverno rossonero stesse per finire.
Neppure il tempo di accorgersi che Youssouf Fofana riposa per la prima volta da agosto e Malik Thiaw parte titolare al posto di Fikayo Tomori, che il Milan ha già recuperato il vantaggio olandese. Una settimana a parlare di quel gol feticcio che avrebbe reso meno impervia l’ascesa verso gli ottavi di Champions, poi basta un tocco di testa di Giménez a un metro dalla porta su invito di Thiaw (e cross di Christian Pulisic da corner) per rimettere in pari la sfida. È passato un minuto, il gol è già in banca. C’è una meravigliosa inerzia alle spalle e tutto il tempo per fare il secondo e chiudere la pratica senza sporcarsi i gomiti. Possiamo raccontarcela finché vogliamo, ma fra Milan e Feyenoord ci sono due categorie.
Soprattutto, dopo lo shopping di Gerry Cardinale sul mercato invernale e dopo la decisione del nuovo tecnico olandese Pascal Bosschaart di dare spazio ai baby: Zepiqueño Redmond, la punta, è del 2006 come Givairo Read, mentre Antoni Milambo è del 2005. Una kinderheim guidata da Igor Paixao che all’andata ha fatto vedere le streghe al Diavolo ma a Milano sembra in modalità relax. Con i cosiddetti «fantastici quattro» in campo (Rafa Leao, Joao Felix, Pulisic, Giménez) e in crescita nel conoscersi, Sergio Conceiçao sembra più sereno; ora le potenzialità offensive sono notevoli. E se gli avversari lasciano praterie, tanto meglio.
Il Milan domina davanti a una star del fischio come Szymon Marciniak, che corricchia e osserva senza sudare. Il Milan domina ma non morde (e pagherà caro il lassismo), forse per regalare un po’ di suspense al super-pubblico del Meazza (75.000). Joao Felix calcia alto un buon lancio di Giménez, Pulisic trotta, Theo Hernéndez si guarda allo specchio e Leao sorride («Ma cos’avrà mai da sorridere sempre?», si chiedeva Stefano Pioli). Tutto bello, tutto accademico, ma manca l’ultimo passaggio, anche se l’intesa fra Joao Felix e Leao è astrattismo informale calcistico. I tifosi si divertono e cantano. Al 44’ Theo è posseduto dai soliti 15 secondi da bullo e si becca un giallo. Tutto così scontato che fra il primo e il secondo tempo ti aspetti il telegiornale.
A cambiare la squadra, a darle profondità e solidi riferimenti davanti è proprio Giménez. Un jolly pescato con sapienza – e senza algoritmi – da Zlatan Ibrahimovic e Geoffrey Moncada, che per ora riesce a far dimenticare lo scempio sul mercato (eccetto Fofana) dell’estate scorsa. È un uomo d’area moderno (fisico e tecnica), disciplinato nei rientri, utile per le sponde, micidiale sotto porta. E con 10 anni meno di Alvaro Morata. Sotto sforzo i muscoli facciali gli disegnano sul volto una maschera da Christian Vieri, un’impressione che diventa immediatamente un augurio.
Si ricomincia con una novità: invece del cugino isterico entra in campo il Theo Hernández vero, che con due sovrapposioni crea il panico nell’area olandese. Lo spartito non cambia: cavalcata delle Walkirie da una parte, carillon da lettino Foppa Pedretti dall’altra. Ma quest’anno ogni complimento al problematico esterno francese con capello viola è prematuro. Quando cade in area cercando un rigore, Marciniak lo «sgama» e lo ammonisce. Il cartellino si somma a quello del primo tempo: espulso. Complimenti.
Ora tutto si complica, bisogna segnarne un altro con un uomo in meno e Conceiçao è costretto a togliere il quarto fantastico Marvel (Pulisic) per un terzino gaddiano: Bartesaghi Davide da Erba, alta Brianza. Poi mette Fofana per dare energia a una squadra ora meno coraggiosa, e toglie proprio Giménez. Scelta surreale, prende corpo la sensazione che il mister si stia facendo prendere dall’ansia. Risultato: il Feyenood mette la testa fuori, prende coraggio, non gli sembra vero che stia cominciando un’altra partita. E al 72’ pareggia con una zuccata dell’argentino Julian Carranza (prima palla toccata) su cross di Hugo Bueno.
Doveva essere una passeggiata, ecco che si materializza l’incubo. Con gli errori di Zagabria e Rotterdam. E con un ulteriore problema: quando la sfida si fa dura, Joao Felix mostra i suoi limiti caratteriali e semplicemente scompare dai radar. Ma San Siro c’è, ci crede, incita e tuona, è convinto che si possa eliminare il baby Feyenoord anche in nove. Non accade, l’ultimo assalto diventa una preghiera, palla in area e occhi chiusi. Ibra è terreo in tribuna, alla fine dirà: «L’arbitro è stato duro». La curva non canta più, sta in silenzio. Sembra un De profundis.
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