Istat e Bankitalia dimostrano non solo che la ricchezza del ceto medio è diminuita, ma anche che al Nord la capacità di spesa è scesa più che al Sud. E con il Green deal sarà peggio. Serve un piano di rilancio per far ripartire la locomotiva del Paese.

Dal 2011 a oggi abbiamo visto passare tanti governi, il ribaltone tra Silvio Berlusconi e Mario Monti, l’onda lunga dell’austerity Ue, le crisi bancarie, il bail in, infine il Covid che si è abbattuto sull’Italia sotto forma di lockdown. Tutti questi fattori e le scelte politiche che li hanno originati si condensano in due dati. Uno, il Nord è più povero e spende meno, aprendo così una delicata questione settentrionale. Due, la ricchezza delle famiglie italiane soprattutto quelle che compongono la borghesia, è crollata.

Partiamo da questo secondo numero. Non ci riferiamo alla ricchezza media frutto di una semplice divisione tra patrimoni disponibili e numero di cittadini, ma a quella mediana che indica esattamente la disponibilità di patrimonio del ceto medio. Quello che concorre in pieno a tenere in piedi il Pil e a far girare l’economica. Dal 2011 a oggi la disponibilità del ceto medio è scesa da 200.000 euro a 150.000. Tantissimo. Soprattutto se si pensa che nello stesso periodo in Francia e Spagna le famiglie sono divenute più ricche.

In Germania è andata diversamente dal resto dell’Ue, per un motivo sul quale vale la pena riflettere. Ogni calcolo statistico (i dati sopra descritti sono tratti dallo studio I conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie di Bankitalia) divide la popolazione in tre fasce. C’è il 50% più povero, il 40% benestante (la cosiddetta borghesia) e il 10% più ricco. In Germania a fa crollare il valore mediano della ricchezza è stato l’enorme impoverimento del primo 50% della popolazione e Bankitalia spiega che il motivo è riconducibile al massiccio ricorso dell’affitto per la prima casa. Questo è il primo campanello d’allarme che ci riporta inevitabilmente alle normative sulle case green. L’Italia ha il maggior numero di proprietari immobiliari. Peccato che gli enormi costi che deriveranno dalle imposizioni di Bruxelles cambieranno la geografia sociale del Paese. E non è difficile immaginare che la ricchezza mediana scenderà ancora di più. E indipendentemente dalla latitudine. Poco importa si parla di Nord, Sud o Centro.

Purtroppo al dato analizzato da Bankitalia con tutte le ricadute sulla povertà assoluta della fasce più basse del Paese ne vanno aggiunti altri. L’altro ieri l’Istat ha diffuso il consueto bollettino che analizza la capacità di spesa delle famiglie italiane. In questo caso l’elemento di riferimento più che il patrimonio è il reddito. Anche l’istituto statistico descrive una situazione di impoverimento, sebbene senza particolari picchi o crolli. Anche prendendo in considerazione il reddito aumenta il divario tra classi sociali. Così, almeno, i giornali hanno sintetizzato il report dell’Istat. A noi ha colpito un elemento nascosto tra le pieghe. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un amento della spesa media familiare. Più accentuato al Sud (14,3%), più contenuto al Centro (11,4%) e più basso al Nord (4,5%).

L’apparenza non deve ingannare. Nulla che sostenga il Pil e stia a indicare una maggiore ricchezza. La propensione alla spesa è sostanzialmente trainata dagli ultimi anni di inflazione. Se, infatti, depuriamo i dati dall’aumento del costo del denaro, le famiglie italiane hanno speso in media il 10% in meno. Questo nel complesso. Al Nord, con un misero 4,5% di crescita lorda, le famiglie si sono tremendamente impoverite. Complice sicuramente il lockdown del 2020 che ha chiuso in casa le persone (soprattutto in Lombardia e Veneto) e mietuto vittime tra le partite Iva e le piccole aziende. Ma non è solo questo. Purtroppo è un trend. Tanto che se sommiamo la diminuzione dei redditi al Nord e il crollo della ricchezza complessiva nasce una nuova questione settentrionale.

Va notato che fino al 2014 la cosiddetta povertà assoluta è rimasta stabile, per poi salire nel 2017 e tornare a scendere nel 2018 con l’introduzione del Reddito di cittadinanza. I vantaggi si sono visti quasi esclusivamente al Sud. Tant’è che il Covid ha spinto nuovamente il piede sull’acceleratore della povertà. Il fatto che il governo abbia rivisto il Rdc grillino sta riequilibrando il mondo del lavoro, ma ciò non basterà per affrontare la questione settentrionale. Il fatto che il Nord sia adesso più povero non giova a nessuno. Innanzitutto se c’è stata una livella questa ha puntato al basso. Ma le infrastrutture e le aziende sono al Nord. Il Sud ha incredibili poli di eccellenza e ha un gran numero di porti. Ma a mancare di solito è la capacità di fare sistema. Ecco perché riteniamo ci sia una questione Nord da affrontare.

Se non si interrompe il trend e se non si prende coscienza che i patrimoni vanno salvaguardati stimolando nuova ricchezza, fra dieci anni il Paese rischia di essere solo un mercato di consumatori a beneficio delle imprese e dei conglomerati di altri Stati membri dell’Ue. Non abbiamo idee per risolvere il tema, ma sicuramente alcuni appunti potrebbero fare comodo. Primo, evitare che la proprietà immobiliare passi di mano dalle famiglie ai grandi fondi che investono sul mattone. La proprietà è una garanzia, l’affitto no. Ovviamente bisogna sperare che le Europee di giugno scalzino il modello di transizione green ideato dai socialdemocratici e dall’ex commissari Frans Timmermans. Questo vale non solo per le case, ma anche per la legge Natura, l’agricoltura, l’agroalimentare e le auto. Il primo criterio deve essere occupazione e reddito. Poi l’ambiente. Assicurato questo cambio di rotta, c’è un tema a metà strada tra la politica interna e il Patto di stabilità. La riforma del Fisco imbastita dall’attuale governo è una buona strada per la semplificazione. Ma servono dotazioni. Servono miliardi per tagliare le tasse sia ai dipendenti sia alle aziende. Il Pnrr è una strada troppo rigida. Serve altra flessibilità priva del dogma statalista. Meno sussidi e più libertà per le Pmi di investire dove vogliono. Sarebbe bello che nessuno più parli di ridistribuzione della ricchezza. Ma di creazione di nuovi redditi e patrimoni. Serviranno scelte forti sul welfare, probabilmente. Ma il Nord ha bisogno di minore zavorra.

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