- Incassata la fiducia del Quirinale, il premier propone un altro team di esperti per dribblare la cabina di regia proposta dal ministro e avere l’ultima parola sui fondi. Carlo Cottarelli, per non sbagliare, si candida.
- Chiusa la partita del Recovery fund, i partiti europeisti della maggioranza tornano alla carica per il Salvastati. E gli azzurri si accodano: «Sbagliato rinunciarvi».
Lo speciale contiene due articoli
«Conte ha guadagnato un paio di… Mes»: la battutaccia che circola ai piani alti della maggioranza la dice tutta sul clima che si respira tra i giallorossi, con Pd, M5s e Italia viva che fingono soddisfazione ma in realtà masticano amaro osservando il ciuffo del premier tornato svolazzante dopo i sudori freddi dei giorni scorsi. Una telefonata allunga la vita (al governo di Giuseppi), figuriamoci un bell’incontro con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con annessa benedizione al premier, scapicollatosi al Quirinale non appena rientrato da Bruxelles. «Il capo dello Stato», fanno sapere fonti del Quirinale, al termine dell’incontro, «guarda con soddisfazione all’accordo raggiunto a Bruxelles, ed esorta il governo a predisporre un efficace piano di riforme». Dal Colle trapela «apprezzamento e soddisfazione» del presidente della Repubblica «per l’importante esito del Consiglio europeo, che rafforza il ruolo dell’Unione e contribuisce alla creazione di condizioni proficue perché l’Italia possa predisporre rapidamente un concreto ed efficace programma di interventi».
«Rapidamente»: per chi mastica il quirinalese, questo avverbio non è certo frutto del caso. La preoccupazione di Mattarella (il capo dello Stato è preoccupato per definizione) è che adesso Conte e il suo cerchio tragico si rilassino sul risultato raggiunto e non diano seguito agli impegni presi con l’Europa, o peggio ancora che il premier si faccia tentare dalla voglia di esautorare ancora una volta Parlamento e governo dalla elaborazione del piano da presentare all’Europa per ricevere i fondi. Va tutto in questa direzione, infatti, l’annuncio di Conte in conferenza stampa: «La costituzione di una task force operativa per il piano di rilancio», sottolinea il presidente del Consiglio, «è una delle priorità che andremo a definire in questi giorni perché dovrà partire al più presto. Abbiamo già lavorato al piano di rilancio, abbiamo elaborato dei progetti condivisi con tutte le componenti della società. Rimane un ultimo confronto con le opposizioni», aggiunge Conte, «dopo di che avremo un quadro definito per quanto riguarda i progetti che dovremo andare a declinare. Dovremo individuare quelli da selezionare in prospettiva europea».
Ancora una task force? La centesima? A quel che risulta alla Verità, l’idea di Conte di metter su un altro carrozzone di esperti o presunti tali, non eletti da nessuno, senza responsabilità politiche e istituzionali, non convince nessuno all’interno del governo. Non sono pochi gli esponenti di maggioranza, anche a livello governativo, che sono saltati sulla sedia leggendo quelle parole: la convinzione generale è che la rapidità con la quale va definito il piano richieda il coinvolgimento dei ministri competenti in una cabina di regia (è l’idea che La Stampa attribuisce a Luigi Di Maio) che sia in grado di stilare un programma efficace e incisivo, proprio come chiede il Quirinale, senza andare a impelagarsi nella formazione di organismi pletorici e soprattutto privi di alcuna rilevanza politica e istituzionale. «Bisogna fare in fretta e bene», sottolinea alla Verità una fonte di governo, «coinvolgendo il governo e i partiti di maggioranza, confrontandosi con l’opposizione, senza ripetere gli errori del passato».
Non manca chi, tra i giallorossi, esprime pubblicamente la contrarietà all’idea di Conte di costituire una nuova task force: «L’Europa c’è», avverte su Twitter il senatore del Pd Tommaso Nannicini, economista, «ma i soldi del Recovery fund non vengono da Marte, arrivano dal futuro. Vanno spesi con responsabilità e consapevolezza: lavoro, non assistenzialismo; occupazione di giovani e donne, non aziende decotte. Meno task force, più coraggio. Non ci sarà una seconda volta».
«Le scelte», scrive su Facebook la deputata di Italia viva Maria Chiara Gadda, «toccano alla politica, che deve riprendere il suo ruolo di ascolto e decisione. Il presidente del Consiglio Conte ha parlato di task force operativa per il piano di rilancio. Spero che si riferisse alla squadra di governo e alla maggioranza. Ci sono i ministri, c’è il Parlamento, ci sono i gruppi parlamentari di maggioranza e anche di opposizione, che vanno sempre rispettati. Non avrebbe senso», aggiunge la parlamentare renziana, «pensare di affidare scelte del genere senza una visione organica a tecnici, esperti o agli ennesimi consulenti, il cui lavoro peraltro poi rischia di finire inascoltato e inutilizzato come abbiamo purtroppo visto in passato. Le decisioni spettano alle forze politiche, a partire da quelle di maggioranza».
A proposito di task force e professoroni, non manca il monito di Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, che all’Huffington Post dice: «È andata bene, ma bisogna saper spendere. I nodi da sciogliere», aggiunge Cottarelli, «riguardano la necessità di presentare un programma che sia valido, cosa che per ora non siamo ancora stati in grado di fare. Siamo l’ultimo Paese, non abbiamo ancora presentato un piano nazionale delle riforme, che è sì un atto formale, ma dimostra che ci muoviamo ancora troppo lentamente. Adesso ci sarà di nuovo una task force per creare un progetto da presentare all’Europa». Vuoi vedere che Cottarelli pensa anche a se stesso per la task force? Non si sa. Quello che si sa è che tra elezioni regionali che incombono, M5s lacerato e pronto alla guerra contro il Pd sul Mes, crisi sociale e divisioni sulla legge elettorale, la «panchina» di Conte traballa ancora, nonostante il pareggio ottenuto a Bruxelles.
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