- Parla Giuseppe Di Franco, amministratore delegato di Atos Italia. Il fallimento di Immuni? «Anche noi avevamo partecipato al bando di gara, poi sono state fatte altre scelte». L’azienda da 7 anni in Italia è un colosso nei servizi digitali nel mondo. In questi mesi di crisi emergenza sanitaria ha assunto 106 persone.
- Leonardo sceglie Atos, leader globale nella trasformazione digitale, come partner tecnologico per lo sviluppo del supercomputer che sarà installato a Genova, in una delle sei sedi italiane dei Leonardo Labs, i nuovi laboratori del gruppo dedicati alla ricerca avanzata e all’innovazione tecnologica.
Lo speciale contiene due articoli
«Bisognerebbe domandarsi se quello che stiamo vivendo in questi mesi sarà il futuro dei prossimi anni. E’ il momento che l’Italia capisca come investire davvero nella tecnologia digitale e nei big data». Giuseppe Di Franco, amministratore delegato di Atos Italia, colosso nei servizi digitali nel mondo, con più di 100.000 dipendenti, è riuscito in questi 3 mesi di crisi Covid ad assumere in Italia 106 persone. «In questa fase di grave difficoltà economica si è trattato per noi di un grande successo». Atos è in Italia ormai da 7 anni, in continuo sviluppo e il primo semestre 2020 si è chiuso con una crescita importante rispetto all’anno precedente, nonostante il lockdown. Ormai nel nostro paese ci sono 1500 dipendenti, tra cui spicca la realtà di Napoli con 250 persone assunte da zero negli ultimi anni. Cybersecurity, servizi digitali, Atos continua a crescere anche in un paese dove però la digitalizzazione resta ancora indietro.
In questi mesi avete lavorato in molti paesi europei alle applicazioni per il tracciamento dei malati di Covid
«Sì, abbiamo lavorato a sistemi integrati all’estero e in diversi paesi europei. Credo sia stata l’occasione per sviluppare piattaforme di aiuto ai medici di base, agli ospedali e a tutto il settore della sanità. Per fare previsioni sul futuro e gestire le crisi, è molto importante poter disporre di piattaforme di dati dove far convergere Centri di ricerca, Ospedali, Protezione civile, Regioni….e tutti i soggetti attivi nell’emergenza».
In Italia invece l’applicazione Immuni non ha funzionato
«Anche noi avevamo partecipato al bando di gara, poi sono stati fatte altre scelte. Quello che mi preoccupa è che al momento non vedo ancora un impegno organico in ambito digitale da parte della pubblica amministrazione nella gestione dell’emergenza sanitaria. Anzi….»
Ovvero?
«Non è stato ancora affrontato il tema dei big data, l’Italia è in ritardo su tutto il processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione, persino dell’istruzione pubblica. Le faccio un esempio»
Mi dica…
«Solo con l’emergenza sanitaria finalmente a scuola hanno introdotto la possibilità di fare colloqui con gli insegnanti da remoto. E’ una decisione che ha permesso a tanti genitori come me di poter risparmiare giorni e ore di tempo utile per lavorare. Ora in 10 minuti si può risolvere tutto. Ma davvero serviva il covid per rendersene conto?»
Negli altri Paesi europei è stato fatto di più?
«Ma guardi il problema è proprio questo. Quello che è successo negli ultimi mesi doveva spingere l’Europa a ragionare su un coordinamento comune nella gestione dei dati e nei processi di digitalizzazione».
E invece?
«Invece ogni paese ha fatto di testa sua, con i risultati che abbiamo visto. Ognuno con la sua app, ognuno con la sua ipotetica soluzione. E questo non vale solo per la politica dei singoli stati, vale anche per le aziende».
Diverse imprese fanno fatica a rialzarsi, altre hanno già chiuso.
«Sì, ma quante avrebbero già chiuso anche se non ci fosse stato il lockdown? Dovrebbe essere l’occasione anche per lo Stato italiano di non versare più soldi per imprese ormai già decotte, perché in questo modo continueremo a ripetere sempre gli stessi errori. Quante imprese in ritardo sulla digitalizzazione devono restare ancora in piedi?»
Insomma, il nostro governo non ha fatto abbastanza.
«Qui siamo di fronte a un cambiamento epocale. Nel giro di 3 o 4 anni quello che stiamo vivendo adesso potrebbe essere la norma, l’approccio alla vita. Negli Stati Uniti si possono appoggiare a Google o Apple, da noi in Europa invece si va a rilento, senza valorizzare ed investire nei punti di riferimento che abbiamo e potremmo costruire».
Come se ne esce?
«In Italia ci sono realtà importanti come Enel, Eni e Poste, che hanno fatto moltissimo negli ultimi anni, lo Stato dovrebbe prendere spunto proprio da loro, in quanto il cambiamento è possibile e il digitale rappresenta una opportunità di migliorare il contesto Paese enorme».
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