- Prima la rappresentanza in Texas chiusa perché «un covo di spie», poi una ricercatrice cinese accusata di rubare segreti barricata nel consolato di San Francisco. Il Dragone è pronto alle ritorsioni: nel mirino i centri diplomatici americani a Wuhan e Hong Kong
- La commissione Esteri ha voluto notizie sui dossier anti Trump montati dagli obamiani
Lo speciale contiene due articoli
È un clima sempre più rovente quello che si registra nelle relazioni tra Washington e Pechino. Tang Juan, la biologia cinese che -per ottenere il visto americano- aveva mentito all’Fbi sulla propria affiliazione all’esercito della Repubblica Popolare, si sarebbe rifugiata nel consolato cinese di San Francisco. Stando a quanto riportato dal sito di Cnbc, la donna aveva ricevuto lo scorso autunno un visto per condurre ricerche presso l’Università della California. L’Fbi reperì tuttavia sul Web alcune sue foto in uniforme militare e la interrogò per questo il 20 giugno. In quell’occasione, la ricercatrice negò collegamenti alle forze armate cinesi e affermò di non essere un membro del Partito comunista. Il 26 giugno, il governo americano formalizzò tuttavia un’accusa per frode sui visti.
Secondo quanto depositato dai procuratori federali lunedì scorso, «l’Fbi ritiene che, a un certo punto in seguito alla ricerca e all’interrogatorio di Tang del 20 giugno 2020, Tang si sia recata al consolato cinese a San Francisco, dove l’Fbi ha accertato che è rimasta». Nella loro indagine, i procuratori stanno cercando di dimostrare che anche altri ricercatori cinesi legati all’esercito della Repubblica Popolare si trovino attualmente negli Stati Uniti. «Il caso dell’imputata non è un caso isolato, ma sembra invece far parte di un programma condotto dall’Esercito popolare di liberazione […] per inviare scienziati militari negli Stati Uniti sulla base di falsi pretesti con false coperture o false dichiarazioni sul loro vero impiego», hanno scritto i procuratori. «Esistono prove in almeno uno di questi casi di uno scienziato militare che copia o ruba informazioni dalle istituzioni americane sotto la direzione di superiori militari in Cina». Tutto questo, sebbene l’avvocato Minyao Wang abbia definito ad Axios «estremamente insolito» che una struttura diplomatica cinese protegga un imputato in un procedimento penale.
Come che sia, la notizia relativa a Tang Juan è arrivata poche ore dopo il forte scontro diplomatico esploso a causa della «questione Houston». Mercoledì scorso, il Dipartimento di Stato ha ordinato la chiusura del consolato cinese della città texana, accusandolo di «massicce attività di spionaggio illegale». Più o meno nelle stesse ore, i funzionari della struttura diplomatica avrebbero dato fuoco a diversi documenti, come mostrerebbero alcuni video sui social. La mossa americana ha innescato la reazione durissima di Pechino, che ha intimato a Washington di fare marcia indietro, minacciando delle ritorsioni e parlando di «grave sabotaggio» da parte degli americani. Non solo: nella stessa giornata di mercoledì, la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha dichiarato che l’ambasciata cinese a Washington avrebbe ricevuto minacce di morte e un pacco bomba «come risultato dell’oltraggio e del disprezzo fomentati dal governo degli Stati Uniti». Il South China Morning Post ha riferito che -come ritorsione- la Repubblica Popolare potrebbe presto chiudere il consolato americano di Chengdu, mentre -secondo Reuters- a finire nel mirino potrebbe essere il consolato di Wuhan. Il Global Times – organo del Partito comunista cinese – ha invece suggerito di intervenire contro il consolato di Hong Kong (considerato un «centro spionistico»), chiudendolo o decretandone la riduzione del personale.
Questa grave crisi diplomatica si inserisce in un quadro già abbastanza tumultuoso. Nelle ultime settimane, tensioni si sono registrate, dopo che Washington ha definito «illegali» le pretese accampate da Pechino su gran parte del Mar cinese meridionale. Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha inoltre spinto il Regno Unito ad entrare in una «vasta alleanza» contro la Repubblica Popolare in riferimento alla questione dello Xinjiang, lodando inoltre Londra per la linea dura recentemente adottata in materia di 5G. Tutto questo, mentre mercoledì scorso, il capo del Dipartimento di Stato americano ha esortato l’India a ridurre la propria dipendenza dalla Cina sul fronte delle telecomunicazioni e delle forniture mediche. Senza poi dimenticare che, tre giorni fa, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato due hacker cinesi, con l’accusa di aver messo nel mirino aziende americane impegnate nella ricerca del vaccino per il coronavirus. Tra l’altro, proprio sulla questione dello Xinjiang, Washington ha recentemente comminato delle sanzioni a Pechino, la quale -per ripicca- ha colpito con proprie sanzioni i senatori repubblicani Ted Cruz e Marco Rubio.
Questa escalation è (in parte) spiegabile attraverso le dinamiche della campagna elettorale in vista delle presidenziali americane del 2020. Donald Trump e Joe Biden si stanno da mesi accusando reciprocamente di eccessiva arrendevolezza verso la Cina. L’inquilino della Casa Bianca punta quindi a due obiettivi: contenere la Cina sul piano geopolitico-commerciale e mettere i democratici alle strette. Quei democratici che, nonostante una retorica battagliera sui diritti umani, non è che finora abbiano fatto granché nel contrasto a Pechino.
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