Non si può dire che non fossero stati avvisati. A maggio, quando l’Europa si pose il problema di non dover più dipendere dal gas russo, la «riabilitazione» di una serie di Paesi che fino al giorno prima erano messi all’indice fu infatti da noi giudicata una follia, perché si rischiava di cadere dalla padella nella brace.
Ma, come spesso accade, i vertici europei preferirono ignorare l’avvertimento. Risultato: sei mesi dopo siamo sulla griglia e rischiamo di finire flambé. Anzi, trattandosi di gas e di stop alle forniture in periodo invernale, il pericolo più concreto è di congelare. La storia ha inizio con l’invasione dell’Ucraina, allorquando la Ue si svegliò da un lungo sonno e, aprendo gli occhi, si accorse che Vladimir Putin non era un fine democratico, ma un brutale dittatore il quale, a dire il vero, aveva già occupato la Crimea, combattuto una guerra senza quartiere in Cecenia, ammazzato e incarcerato un certo numero di giornalisti e oppositori. Ma a Bruxelles nessuno aveva visto niente. Dunque, all’improvviso, in primavera l’Unione si rese conto dell’urgenza di interrompere i rapporti con Mosca e, soprattutto, di smettere di comprare miliardi di metri cubi di metano, onde evitare che gli acquisti finissero ad alimentare la macchina da guerra del Cremlino. E avendo maturato questa decisione, Ursula von der Leyen e compagni concordarono di rivolgersi per le forniture di gas ad altri Paesi apparentemente più presentabili della Russia di Putin.
E quali sono questi campioni di democrazia che i nostri governanti hanno cominciato a corteggiare? Beh, dell’elenco facevano parte Stati accusati di violazione dei diritti umani, tra i quali il Qatar, l’Algeria, l’Arabia, il Venezuela, l’Iran eccetera. Alcuni di questi erano sulla lista nera degli Stati Uniti, da anni soggetti a sanzioni perché sospettati di finanziare il terrorismo internazionale. Mentre altri, come Riad dopo l’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi fatto a pezzi in ambasciata, erano semplicemente in una specie di limbo, cioè sospesi dal club dei buoni, in attesa di eventi che ne consentissero il riaccoglimento.
L’occasione è stata fornita da Vladimir Putin con l’invasione dell’Ucraina. I bombardamenti sui civili, alla fine, hanno convinto America ed Europa che in fondo massacrare un cronista che si era permesso di criticare il principe Mohammad bin Salman non era poi un fatto così grave, e neppure affamare il proprio popolo come ha fatto Nicolas Maduro.
Risultato, in men che non si dica, per liberarci da una dipendenza, ossia quella verso il gas di Putin, ne abbiamo accettata un’altra, legandoci mani e piedi a teocrazie e dittature che non possono di certo essere considerate migliori di quella messa in piedi in Russia. Si può per calcolo baciare la pantofola di chi l’ha appena usata per schiacciare la testa a un oppositore? Il nostro consiglio era di andarci piano. Pur non essendo nati ieri, ma conoscendo che spesso la ragion di Stato porta ad accettare condizioni incompatibili con le regole democratiche, il buon senso ci consigliava prudenza, perché se è vero che Putin conserva metodi e logiche di un colonnello del Kgb, è difficile credere che il campionario di satrapi dei Paesi del Golfo sia da ritenersi migliore.
L’Arabia non ha invaso l’Ucraina e il Qatar non lancia ogni settimana qualche missile contro i vicini, come fa la Corea del Nord. Tuttavia, non ci voleva molto a capire che stavamo per sostituire una droga con un’altra, come quei tossici che si illudono di smettere cambiando pusher, salvo poi scoprire che il nuovo è peggio del precedente.
Ebbene sì, abbiamo voltato le spalle a Putin e al suo metano, ma per non dover battere i denti ci siamo rivolti al Qatar, ovvero all’emirato che ha appena ospitato i Mondiali di calcio. E di quanto sia democratico il nostro nuovo partner commerciale, quello da cui dipende la nostra energia e di conseguenza la nostra economia, ne abbiamo avuto prova di recente, non solo quando si è scoperto che per rendere accogliente il Paese in vista del torneo di football internazionale sono morti 6.500 lavoratori, ma anche quando è scoppiato lo scandalo delle mazzette all’Europarlamento. Soldi in contanti per comprarsi il consenso e migliorare l’immagine, ma anche per consentire libera circolazione a politici e affaristi qatarini. Ora che è scoppiato lo scandalo, con l’arresto di onorevoli e portaborse di stanza a Bruxelles, la Ue ha alzato la voce, condannando la corruzione e bloccando i visti per i burocrati dell’emirato. Ma il soprassalto morale non è stato apprezzato da Doha, e infatti quei simpatici signori sempre pronti a mettere mano al portafogli, sia per comprare qualche nostro albergo sia per mettere a libro paga qualche deputato, hanno reagito in modo poco urbano, minacciando cioè di chiuderci il rubinetto del metano.
Una intimidazione bella e buona. Anzi, una rappresaglia, perché il Qatar sa di avere il tubo dalla parte del manico. Resta da vedere con quanta ipocrisia ora l’Europa farà retromarcia, mettendo a tacere lo scandalo delle mazzette. Altro che tetto al gas, l’Europa è unita nel metterci una pietra sopra: dal prezzo del metano al prezzo delle mazzette.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >