Bruxelles dichiara guerra ad Astrazeneca per vendicarsi di Johnson
Svolta protezionistica della Commissione, che annuncia «monitoraggi» su possibili esportazioni extra Ue del colosso anglo svedese. Londra teme il blocco delle sue dosi

Mentre l’attacco sferrato dal minipanzer arcuriano contro Pfizer ha già perso potenza diventando una blanda «diffida», la guerra dei vaccini – quella vera – si combatte sul campo europeo. Il commissario per la salute Stella Kyriakides ha annunciato controlli sulle aziende che vogliono esportare dosi fuori dal blocco specificando che si tratta di un «monitoraggio». I produttori dovranno fornire una «notifica tempestiva» alla Commissione se intendono vendere all’estero. La Kyriakides ha aggiunto che se le imprese non si conformassero, «la Ue intraprenderà qualsiasi azione necessaria per proteggere i suoi cittadini e diritti». Sia Pfizer sia CureVac devono già rispettare una clausola contenuta negli accordi chiamata «breach of contract» – se non la rispetti, decade il contratto – che di fatto impedisce loro di «deviare» negli Stati Uniti l’eventuale parte in eccesso (rispetto alle commesse concordate con Bruxelles) di vaccini prodotti nell’Unione, ovvero per ora nello stabilimento di Puurs in Belgio. Se lo fanno, devono restituire il 50% dell’importo della commessa come risarcimento. Intanto Astrazeneca, di proprietà anglo-svedese, dunque per metà extra Ue, è già nel mirino cavalcando l’annuncio fatto nei giorni scorsi dall’azienda sulla riduzione temporanea delle consegne previste per gli Stati membri. La videoconferenza di ieri con la task force dei commissari Ue «si è concentrata sulla trasparenza e la prevedibilità delle consegne di Astrazeneca», dopo il rilascio dell’autorizzazione; sul meccanismo di «trasparenza per l’export» e sulla «consegna dei vaccini a Paesi a medio e basso reddito», ha scritto la presidente dell’Esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, su Twitter

L’azienda non ha previsto gli stessi intoppi per la Gran Bretagna (dove il vaccino ha ricevuto l’ok delle autorità di vigilanza sui farmaci quasi un mese fa) che però ha pagato quasi il doppio del prezzo per dose pagato da Bruxelles. L’Inghilterra ora teme che le sue dosi di vaccino vengano bloccate dalla Ue, o comunque ritardate rispetto al programma di consegna: «protezionismo e nazionalismi rappresentano una minaccia per il mondo al pari dei negazionismi», ha tuonato ieri Matt Hancock, ministro della Sanità nel governo di Boris Johnson. Mentre l’Agenzia svedese per la sanità pubblica, come tattica di difesa, ha sospeso il pagamento per i vaccini Covid-19 a Pfizer in attesa di chiarimenti sulla quantità di dosi disponibili in ciascuna fiala. Resta, intanto, da capire come questa politica protezionistica decisa dalla Commissione europea possa conciliarsi con il programma umanitario Covax promosso dall’organismo Onu per le vaccinazioni anti-Covid in tutto il mondo: in base all’accordo firmato lo scorso 22 gennaio tra l’Oms e Pfizer, 40 milioni di dosi dovrebbero essere consegnate durante il primo trimestre di quest’anno, per essere destinate ai Paesi più poveri. Anche la narrazione di chi negli ultimi mesi ha dipinto la Casa Bianca come «la strega cattiva che ci vuol fregare i vaccini» non regge: le mosse protezionistiche europee sono partite due settimane prima dell’ordine esecutivo con cui l’ex presidente Donald Trump ha imposto che tutta la produzione fatta negli Usa, salvo i contratti pregressi, resti negli Usa. La decisione, per altro, non verrà ribaltata dal successore Joe Biden, impegnato a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale sul fronte dell’immunizzazione. Non a caso, lunedì sera in un colloquio telefonico, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha concordato con il neopresidente americano «sulla necessità di rafforzare gli sforzi internazionali per contrastare la pandemia del coronavirus» e accolto «con favore il rientro degli Usa nell’organizzazione mondiale della Sanità», ha detto un portavoce. La Merkel, insomma, dice a Biden: torniamo a collaborare. Anche perché sia BioNtech sia Curavac, entrambe tedesche, sono quotate al Nasdaq e quindi fanno appello a capitali americani. Morale: la Germania difende a spada tratta i propri produttori interni, mentre l’Italia da una parte «diffida» l’asse Pfizer-BioNtech e dall’altra porta l’acqua al mulino dei tedeschi tuonando contro Astrazeneca. Nel primo caso, ululando alla luna e nel secondo facendosi male da sola visto che il 45% della supply chain di Astrazeneca è a casa nostra: l’infialamento di questi vaccini avviene nella fabbrica di Catalent ad Anagni e i vettori virali sono forniti dalla Irbm di Pomezia. Nel frattempo, i vaccini Astrazeneca e Janssen sono ancora sotto esame dell’Ema. «La valutazione di Astrazeneca è in via di finalizzazione e speriamo di dare l’autorizzazione entro questa settimana. Per Janssen non abbiamo ancora un calendario preciso», ha detto ieri la direttrice dell’Agenzia europea del farmaco, Emer Cooke, in audizione al Parlamento europeo. Aggiungendo che «con le aziende e le autorità nazionali stiamo vedendo come aumentare la capacità di produzione dei vaccini». Qualche ora dopo, i vertici della francese Sanofi (con il partner GlaxoSmithKline ha ritardato il lancio del proprio vaccino alla fine del 2021) hanno annunciato su Le Figaro che la società produrrà entro l’anno più di 100 milioni di dosi del vaccino sviluppato dalle concorrenti Pfizer-BioNtech utilizzando lo stabilimento di Francoforte.


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