Bill Clinton rivendica i suoi disastri: «Fui io a voler allargare la Nato»
Bill e Hillary Clinton (Ansa)
L’ex presidente pubblica un lungo articolo, ripreso in Italia dal Corriere, per dire la sua sull’Ucraina. Ma furono proprio lui e Hillary a tentare di fare degli Usa il gendarme del mondo, portando a questo caos.

Più che di singole scelte, si è trattato di un atteggiamento sbagliato. E se vogliamo comprendere quali siano stati gli errori occidentali che hanno contribuito a creare l’attuale disastro ucraino, possiamo perfino farci bastare una frase scritta da Bill Clinton in un lungo articolo per la rivista statunitense The Atlantic, tradotto in italiano dal Corriere della Sera. In fondo, le ragioni dello scontro con Mosca stanno tutte lì. «Se la Russia fosse rimasta sulla strada della democrazia e della cooperazione», scrive l’ex presidente americano, «avremmo affrontato tutti insieme le sfide per la sicurezza della nostra epoca: terrorismo, conflitti etnici, religiosi e tribali in generale, la proliferazione di armi nucleari, chimiche e biologiche». Chiaro: la Russia non avrebbe dovuto fare altro che restare sulla strada della democrazia. Tradotto, avrebbe dovuto restare nell’orbita degli Usa, diventandone nei fatti vassalla. Democrazia, nel linguaggio clintoniano, significa obbedienza. Possibilmente senza lamentele né recriminazioni. Non è troppo difficile capire perché la Russia – che non è uno Stato qualunque ma una potenza ed ex super potenza – non abbia accettato.

Ancora oggi, tuttavia, Clinton rivendica con orgoglio il suo operato, in particolare l’allargamento della Nato a Est. Fu presidente dal 1993 al 2000, e fu proprio la sua amministrazione a dare il via ai nuovi ingressi. «La mia amica Madeleine Albright, recentemente scomparsa, era un’aperta sostenitrice dell’allargamento della Nato, prima nelle vesti di ambasciatrice presso le Nazioni Unite e poi nelle vesti di segretaria di Stato», scrive Clinton, chiamando in causa tutti i suoi collaboratori di allora: «La pensavano allo stesso modo il segretario di Stato Warren Christopher, il consigliere per la sicurezza nazionale Tony Lake, il suo successore Sandy Berger e altre due personalità con esperienza diretta nell’area, il presidente del comitato dei capi di stato maggiore John Shalikashvili, nato in Polonia da genitori georgiani e venuto negli Stati Uniti da adolescente, e il vicesegretario di Stato Strobe Talbott, che tradusse e curò le memorie di Nikita Krusciov quando eravamo compagni di appartamento a Oxford nel 1969-1970».

Più di tutti fu la Albright a sostenere l’allargamento, e sembra quasi un segno metafisico il fatto che sia venuta a mancare il 23 marzo scorso, a circa un mese di distanza dall’attacco russo all’Ucraina. In qualche modo, è come se con la sua scomparsa si fosse definitivamente chiusa l’era dell’unilateralismo americano, per spalancare le porte – violentemente – al mondo unipolare. La sua azione politica, coincidente con quella clintoniana, si svolse all’insegna della «fine della Storia», nel momento in cui – crollata l’Urss – gli Usa credettero di poter far trionfare definitivamente l’ordine liberale a livello globale. Nell’ultimo libro da lei pubblicato, intitolato Fascismo: un avvertimento, la Albright espresse un concetto suggestivo. Il fascista, spiegava, «è qualcuno che pretende di parlare per un’intera nazione o un intero gruppo, si disinteressa dei diritti altrui e usa la violenza o qualsiasi altro mezzo per raggiungere i propri scopi». Tale definizione ovviamente non ha nulla a che fare con il fascismo storico, ma sintetizza perfettamente la concezione neoliberale di fascista. Con una sola, piccola, contraddizione: quella definizione si potrebbe tranquillamente applicare agli Stati Uniti. Ma sono stati gli Usa a sfruttarla per imporre il loro ordine a livello planetario. E la prima, fortissima spinta in questa direzione è venuta proprio da Clinton.

Il mondo caotico che ci troviamo di fronte è, in gran parte, figlio della sua visione e della sua impostazione da «portatore del fuoco». Alla Russia, dicevamo, è stata proposta una scelta tra sottomissione pacifica o sovranità nell’inimicizia. E di sicuro Putin non è un sincero liberale, ma giova ricordare che la Mosca gradita a Clinton aveva come guida Boris Eltsin, uno che lasciò la sua nazione nelle mani dei più avidi oligarchi e delle mafie. Non stupisce che Washington apprezzasse: un nemico dilaniato è facile da domare. «La mia politica era lavorare per lo scenario migliore e allo stesso tempo prepararsi per quello peggiore», sostiene ora il vecchio Bill, e può permettersi di mistificare senza troppi problemi. Dopo tutto, qui ci si ricorda di lui specialmente per il bizzarro utilizzo dei sigari nello Studio Ovale, che a ben vedere è stato probabilmente il meno deprecabile fra tutti i suoi comportamenti. Altrove, tuttavia, non si dimenticano del modo in cui creava «lo scenario peggiore» laddove quello esistente non fosse di suo gusto. Tra il marzo e il giugno del 1999, ad esempio, scatenò l’inferno sopra la Serbia, e Belgrado le bombe americane colpirono pure l’ambasciata cinese, provocando tre morti. Le conseguenze ancora si vedono, sia nei Balcani sia nei rapporti che la Cina ha avuto da allora con gli Stati Uniti. Questo era il suo modo di risolvere le controversie internazionali: la Storia doveva finire nel silenzio, e fra le macerie dei non sottomessi e dei «fascisti», cioè tutti coloro che non risultassero utili al gotha democratico. In questo senso, la Albright se n’è andata davvero con una profezia, segnalando tracce di fascismo in Donald Trump e ovviamente in Vladimir Putin. Gli anni della presidenza Clinton segnarono anche la riemersione potente dell’estremismo islamico, con gli ex amici mujaheddin pronti a rivoltarsi e mordere la mano che in precedenza li aveva nutriti. Furono gli anni del massacro di Waco, alla faccia del libertarismo di marca statunitense, e dello scatenamento degli spiriti animali neoliberisti tramite la definitiva soppressione, nel 1999, del Glass-Steagall act, che diede mano libera alla speculazione finanziaria (non risultando estranea alla crisi del 2008).

Ma, più dei singoli gesti, conta l’atteggiamento. Lo stesso che Bill ha trasmesso alla consorte Hillary, segretario di Stato nei giorni delle bombe sulla Libia. Non diversamente dal Bush degli eccessi neocon, i Clinton non rappresentano «l’America», ma una parte dell’America. Una corrente sotterranea che ha tentato di edificare un nuovo ordine mondiale incartando la violenza all’interno delle «lotte per i diritti», ridefinendo il concetto di «progressista» e facendosi portabandiera di una sinistra moderna, capitalista e «illuminata» (in tanti sensi). Ci hanno detto che la Storia era finita, ma hanno solo imposto la loro narrazione. E ora mezzo mondo deve raccogliere i cocci, dall’Oriente all’Ucraina.

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