- Raid Usa su alcune postazioni dei pasdaran: «Sono una risposta agli attacchi subiti nella stessa area». Washington: «Gaza non c’entra». Difficile tuttavia non vedervi un attestato del sostegno a Gerusalemme.
- Israele avvertì Luigi Di Maio riguardo i legami delle Ong con i terroristi ma la Farnesina ignorò le segnalazioni: «Non ci sono le prove». Solo adesso arrivano i primi tagli ai fondi per gli attivisti.
Lo speciale contiene due articoli.
Sale la tensione tra Washington e Teheran. Il Pentagono ha riferito che, su ordine di Joe Biden, caccia americani hanno condotto ieri dei raid in Siria contro due postazioni usate dal Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e da organizzazioni di miliziani da esso sostenute. La mossa ha avuto luogo come ritorsione ad alcuni attacchi recentemente subiti dalle truppe statunitensi in Iraq e Siria da parte di gruppi paramilitari, spalleggiati dal regime khomeinista. In particolare, le postazioni colpite ieri ospitavano magazzini di munizioni.
«Questi attacchi di autodifesa e di precisione sono una risposta a una serie di attacchi in corso e per lo più infruttuosi contro il personale americano in Iraq e Siria da parte di gruppi di miliziani sostenuti dall’Iran, iniziati il 17 ottobre», ha dichiarato il segretario alla Difesa americano, Lloyd Austin, in una nota. «Questi attacchi sostenuti dall’Iran contro le forze statunitensi sono inaccettabili e devono finire», ha proseguito, per poi aggiungere: «Se gli attacchi da parte dei proxy iraniani contro le forze statunitensi continueranno, non esiteremo a prendere ulteriori misure necessarie per proteggere il nostro popolo». Austin ha comunque voluto precisare che i raid «sono separati e distinti dal conflitto in corso tra Israele e Hamas».
Di attacchi aerei di autodifesa ha parlato anche il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby, il quale giovedì aveva riferito che Biden aveva intimato all’ayatollah Ali Khamenei, tramite un messaggio diretto, di non attaccare i soldati statunitensi di stanza in Medio Oriente. Sempre giovedì, intervenendo all’Assemblea generale dell’Onu, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, aveva avuto parole minacciose nei confronti degli Usa. «Dico francamente agli statisti americani, che ora dirigono il genocidio in Palestina, che non siamo favorevoli all’espansione della guerra nella regione. Ma avverto che, se il genocidio a Gaza continua, non saranno risparmiati da questo fuoco». Inoltre, l’agenzia di stampa iraniana Irna ha riferito ieri che l’esercito iraniano ha avvitato «una massiccia esercitazione militare nella regione centrale del Paese con l’obiettivo di valutare le capacità di combattimento di varie unità militari e testare nuovi armamenti». Nel frattempo, il Dipartimento del Tesoro americano ha comminato delle sanzioni contro alcuni sostenitori di Hamas, tra cui due funzionari del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, accusati di addestrare e assistere l’organizzazione terroristica.
I raid e le sanzioni degli Usa vanno inseriti in un contesto più ampio. Lunedì, la Cnn aveva rivelato che, secondo l’intelligence americana, i gruppi filoiraniani erano pronti a intensificare i loro attacchi contro i soldati statunitensi presenti in Medio Oriente. È quindi verosimile che la postura più severa assunta da Biden sia finalizzata a scongiurare un simile scenario. In secondo luogo, il presidente americano ha bisogno di copertura politica per questioni interne. È infatti stato spesso accusato dai repubblicani (e da qualche democratico) di aver mantenuto un atteggiamento eccessivamente arrendevole verso la Repubblica islamica, da quando è entrato in carica: non dimentichiamo infatti che ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare iraniano, attuato una deroga alle sanzioni e sbloccato sei miliardi di dollari in asset iraniani (salvo poi fare, su quest’ultimo punto, marcia indietro il 12 ottobre scorso).
Infine, ma non meno importante, i raid e le sanzioni potrebbero anche essere un segnale di appoggio a Benjamin Netanyahu. Nonostante il Pentagono abbia detto che gli attacchi non hanno a che fare con la crisi in corso, potrebbero in realtà essere un modo per rassicurare Israele nel non facile percorso volto a permettergli di ripristinare la deterrenza nei confronti di Hamas e di Teheran. D’altronde, il Wall Street Journal ha riferito che la Repubblica islamica avrebbe addestrato circa 500 miliziani di Hamas e della Jihad islamica poco prima dell’attacco del 7 ottobre.
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