Da Radio Free Europe – Radio Liberty ci è giunta una storia agghiacciante. La storia di Gulzira Mogdin, violentata dal regime in quel che una donna ha di più sacro perché era incinta di un terzo figlio. Gulzira Mogdin è cinese di origine kazakha. Vedova con due figli ha sposato un kazakho ed è andata a vivere con lui in Kazakhistan.

Incinta di un terzo figlio, le hanno detto che doveva tornare in Cina per regolarizzare determinate questioni burocratiche. Ma quando si è presentata all’ufficio competente le hanno immediatamente sequestrato il passaporto e il cellulare: c’era istallato Whatsapp, un mezzo non consentito di comunicazione, da spie… e l’hanno internata in un campo di rieducazione – un laogai dove doveva imparare la dottrina del Partito Comunista Cinese e gli inni celebrativi di Mao e Xi Jinping.

Presto le hanno imputato anche d’aver trasgredito alla politica di pianificazione familiare cinese che prevede un massimo di due figli.

Infatti, è vero che, viste le disastrose conseguenze economiche e sociali della strage di innocenti che il regime comunista perpetra da 40 anni, Xi ha deciso di consentire (o addirittura obbligare!) a un secondo figlio. Ma il male della legge cinese non è nel numero di figli consentito. È nel fatto che le donne cinesi devono comunque chiedere il permesso al Governo prima di restare incinte, anche del primo figlio, a pena di sanzioni pecuniarie assolutamente insostenibili, arresto e – a discrezione dei funzionari che hanno potere illimitato – aborto forzato.

Quando la donna ha cercato di spiegare che il bambino che aveva in grembo era un cittadino kazakho, figlio di un kazakho, i Cinesi le arrestato il fratello, la sorella e la cugina incinta. La pressione è stata tale che lei ha firmato delle carte in cui chiedeva «spontaneamente» l’aborto «perché era malata di tubercolosi».

La Mogdin è convinta che l’abbiano infettata appositamente: una volta risultata positiva al test della Tbc, la donna non ha opposto resistenza al ricovero in ospedale, dove invece l’hanno sottoposta all’aborto forzato.

«Hanno strappato via il mio bambino dal mio grembo», ha detto disperata alla radio.

Dopo l’aborto, l’hanno tenuta agli arresti domiciliari per sei mesi e quando l’hanno rilasciata, nel maggio scorso, l’hanno minacciata: «Non parlare con i giornalisti dei campi e dei detenuti: non esistono campi». Intanto, suo fratello è ancora prigioniero in uno di essi.

Si registra un silenzio assordante sulla cosa da parte delle femministe e dei vari comitati dei diritti umani dell’Onu, troppo impegnati a promuovere l’aborto come «diritto umano fondamentale».

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