La riforma del Patto di stabilità tiene banco al Consiglio europeo di Bruxelles: le trattative procedono parallelamente ai colloqui relativi agli altri temi in agenda, la speranza di tutti è di arrivare all’Ecofin di mercoledì prossimo, quando i leader dei 27 Stati membri dovrebbero tirare le somme della discussione, con una bozza di intesa già raggiunta. La minaccia dell’Italia di imporre il veto viene considerata tattica, e in effetti Giorgia Meloni sta già ottenendo qualche risultato concreto. Uno in particolare: come riportava nella serata di ieri l’Ansa, l’unico punto ancora oggetto di discussione riguarderebbe la procedura per deficit eccessivo degli Stati che sforano il tetto del disavanzo al 3% del Pil. Non sarebbe stato ancora deciso, in particolare, se l’aggiustamento strutturale annuo pari allo 0,5% del Pil, previsto dalla riforma, dovrà essere rispettato rigidamente o se sarà possibile ridurne l’impatto tenendo in considerazione gli interessi del debito.
Il testo della presidenza spagnola dell’Ue prevede che in via transitoria, tra il 2025 e il 2027, si tenga conto degli interessi. Per Paesi come l’Italia e la Francia, che hanno un rapporto deficit/Pil superiore al 3%, l’iter di quella che sarà la procedura di rientro è fondamentale. Per far capire l’ordine di grandezza: la legge di bilancio che sta per essere approvata dal Parlamento ammonta a circa 24 miliardi di euro, 2,5 circa dei quali vanno a coprire gli interessi che lo Stato deve versare sul debito pubblico. Si tratta dell’11% del totale della manovra, una somma enorme. Se a questa aggiungessimo il rientro obbligatorio dello 0,5 annuo della quota di eccesso di sforamento del 3%, la prossima legge di bilancio sarebbe una montagna quasi impossibile da scalare.
Ad aiutare l’Italia nella sua battaglia c’è il fatto che lo stesso problema, come dicevamo, lo ha la Francia. Lo dice chiaramente il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a Bruxelles per la riunione del Ppe: «Non siamo pregiudizialmente contro», sottolinea Tajani, come riporta Askanews, «ma vogliamo che ci sia equilibrio nelle regole del nuovo Patto di stabilità e crescita. Credo che si debba trovare un compromesso equo che non penalizzi l’Italia, che non penalizzi neanche la Francia che è un Paese che ha una visione molto simile alla nostra. Dobbiamo avere degli obiettivi realizzabili», aggiunge Tajani, «perché se si pongono degli obiettivi irrealizzabili questo significa prendersi gioco dei cittadini, ma anche dell’Europa. Noi chiediamo e vogliamo che si fissino degli obiettivi di rientro che siano realizzabili e soprattutto che ci sia anche attenzione agli investimenti che sono frutto di scelte europee, non di malagestione italiana. È una trattativa in corso, il presidente del Consiglio ne ha parlato e continuerà a parlarne in questi giorni con i leader europei. Mi auguro che si possa poi convocare una riunione dell’Ecofin per raggiungere un accordo».
«Non escludo nessuna scelta», ha detto in parlamento la Meloni prima di volare a Bruxelles, a proposito della possibilità di un veto italiano, «credo che alla fine si debba dare una valutazione di ciò che è meglio per l’Italia, sapendo che se non si trova un accordo noi torniamo sui parametri precedenti». Per dirla tutta, la vera questione sulla quale sarebbe necessario insistere fino ad arrivare al veto sulla riforma del Patto di stabilità sarebbe quella relativa allo scorporo delle spese militari per aiutare l’Ucraina dal deficit, proposto dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, all’Ecofin dello scorso settembre. Queste spese, infatti, non sono una libera scelta del governo italiano, ma sono sostenute per motivi di fedeltà all’Alleanza atlantica e all’Unione europea: scorporarle dal deficit sarebbe il minimo sindacale per un Paese, l’Italia, che sta mantenendo una linea ultra atlantista, che non si è mai tirato indietro nel sostegno all’Ucraina e che potrebbe quindi chiedere almeno che la sua postura internazionale, da scolaretto diligente, venga tenuta nella dovuta considerazione quando l’Europa si occupa di economia, considerato che oltre alle spese vive in armamenti il conflitto tra Mosca e Kiev ha prodotto anche un’impennata dei prezzi dell’energia.
In ogni caso, le trattative sono andate avanti per tutta la notte: Giorgia Meloni, che già l’altro ieri sera aveva incontrato informalmente il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron, durante la notte appena trascorsa dovrebbe avere incontrato nuovamente i due colleghi. «Io spero che una soluzione ci sia», commenta a Radiocor il Ragioniere generale dello Stato, Biagio Mazzotta, «che l’Unione europea trovi una soluzione, perché sicuramente il vecchio Patto è più rigido. Il nostro ministro dell’Economia sta facendo delle proposte insieme ai ministri degli altri Paesi e speriamo che siano accolte, perché non si può ritornare al vecchio metodo che ha troppi vincoli che ci penalizzerebbero come Paese. Spero che il ministro e gli altri colleghi del Mef riescano a ottenere qualcosa in più e migliorativa rispetto a quello che è il vecchio Patto, anche se pure il nuovo presenta le sue difficoltà».
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