Dopo Bibbiano i figli scippati sono un tabù
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Sempre più casi mostrano le pecche delle procedure per togliere i bambini alle famiglie. Ma a forza di dire che parlarne serve solo a strumentalizzazioni politiche, è diventato impossibile affrontare il tema in modo laico. Mentre ce ne sarebbe bisogno.

Da mesi la sinistra grida che Bibbiano è soltanto una menzogna, una vergognosa speculazione politica. Che gli allontanamenti illeciti di bambini non esistono. Che il sistema dei servizi sociali e la giustizia minorile sono perfettamente sani, in Emilia Romagna e nel resto d’Italia, e che a Bibbiano è emerso tutt’al più «un raffreddore». Le sardine sono arrivate a sostenere, addirittura, che è assurdo continuare a parlare del tema. Il risultato, quello sì vergognoso, è che la materia degli allontanamenti oggi è un tabù: cercare di discuterne equivale a offendere le «coscienze democratiche»; protestare contro certe evidenti patologie della giustizia minorile è quasi un atto di pubblica maleducazione.

A contrario, il sospetto che quanto è emerso a Bibbiano sia la classica punta di un iceberg continua a crescere. Lo conferma il continuo stillicidio di casi. Negli ultimi giorni sono uscite alla luce due storie, entrambe sconvolgenti eppure normalissime. La prima l’ha raccontata il Corriere della Sera: riguarda un marito e una moglie che nel 2006 si separano, e purtroppo litigano su un figlio che in quel momento ha sei anni. Il padre chiede d’urgenza l’affido condiviso del bambino, e vuole sia regolato il suo diritto di visita. Pare incredibile, ma la risposta della giustizia italiana a quella richiesta «urgente» arriva soltanto nel 2017, quando un decreto del tribunale dei minori (si può presumere quello di Milano, visto che i legali dell’uomo, cioè gli avvocati Gianpaolo Caponi e Francesco Langè, sono entrambi di Monza) affida il figlio in via esclusiva alla madre «pur non essendo stata costei in grado di assicurare il diritto alla bigenitorialità». Il problema, se è vero quanto scrive il Corriere, è che a negare quel diritto sarebbe stata soprattutto la lentissima giustizia minorile, che avrebbe impiegato 11 anni a risolvere il caso. Perché i giudici solo nel 2008 incaricano i servizi sociali di analizzare le relazioni nella famiglia, organizzando incontri protetti tra padre e figlio, e valutando le personalità dei genitori. Ma anche quando gli assistenti sociali rivelano di non aver notato «inadeguatezze genitoriali», e che il padre «appare affettuoso con il figlio, capace di condividere con lui momenti sereni e divertenti», il tribunale non decide. La vicenda avanza senza soluzioni per anni, e gli ultimi sono scanditi dalle richieste del padre che inutilmente chiede di vedere il figlio. L’uomo è sempre più disperato perché gli incontri, tra loro, si diradano fino a interrompersi del tutto. Il risultato, più assurdo che paradossale, è che la sentenza del tribunale minorile che nel 2006 dovrebbe regolare i contatti tra un padre e un figlio bambino viene scritta e depositata solo 11 anni dopo, nel 2017, quando il giovane ormai potrebbe quasi decidere in autonomia della sua vita e dei suoi rapporti con i genitori. L’ultima mossa giudiziaria risale al 13 dicembre 2019. È la denuncia con cui gli avvocati del padre hanno chiesto un risarcimento milionario al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. I legali sostengono che «per colpa del vuoto decisionale» del tribunale dei minori non siano state emesse «neppure in via temporanea e urgente quelle minime regole», che avrebbero potuto «assicurare una frequentazione periodica» tra un uomo e il suo bambino. Gli avvocati denunciano la violazione di un diritto primario inviolabile e un danno irreversibile: a un padre senza particolari difetti, scrivono, «è stato precluso, forse per sempre, il diritto di vivere con il figlio». La seconda storia è avvenuta a Ceccano, una cittadina dalle parti di Frosinone, e a raccontarla ai giornali è stato Tony Ceccarelli, avvocato di una coppia di genitori. Com’è accaduto in uno dei dieci casi finiti sotto inchiesta a Bibbiano, ma come negli ultimi anni è capitato in molti altri casi, anche qui tutto comincia con un disegno innocente. È la primavera del 2019: una bimba di sette anni con qualche deficit di apprendimento, e per questo affiancata da una maestra di sostegno, arriva a scuola con qualche graffio. L’alunna racconta di esserseli procurati giocando a palla, ma l’insegnante non le crede. Quando poi la bambina disegna la mamma con in mano un mattarello, i peggiori sospetti vengono confermati. Parte una denuncia alla Procura e al tribunale dei minori. La prima indaga entrambi i genitori per maltrattamenti, il secondo ordina l’allontanamento dei tre figli: la bambina e una sorella di cinque anni vengono chiuse in una casa famiglia dalle parti di Rieti; il terzogenito, nato da pochi giorni e ancora ricoverato all’ospedale per un ittero, finisce in un istituto romano. Lo scorso dicembre le accuse sono cadute e ora il giudice stabilità i tempi per il rientro dei bimbi a casa. Recuperare il trauma non sarà facile, dice l’avvocato Ceccarelli. Anche per il neonato, cui è stato escluso il diritto al fondamentale contatto dei primi mesi con la madre.

Non si tratta di un raffreddore, insomma. Ma chi lo spiega alla sinistra, e alle sardine?

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