Alla fine ha ceduto. L’altro ieri, Matt Gaetz ha rinunciato alla nomina come procuratore generale degli Stati Uniti. Il passo indietro era nell’aria. Il diretto interessato era finito nella bufera, essendo stato messo sotto indagine dalla commissione etica della Camera per accuse di comportamenti sessuali illeciti. Non solo. Gaetz era inviso a buona parte dello stesso Partito repubblicano per la sua condotta ribelle al Congresso: fu lui, l’anno scorso, a far cadere l’allora speaker della Camera, Kevin McCarthy, irritando parte consistente dei gruppi parlamentari del Gop. Non a caso, la sua nomina aveva innervosito vari senatori repubblicani: una circostanza, questa, che aveva reso sin da subito in salita la strada della sua ratifica alla camera alta. Già qualche giorno fa Donald Trump, in privato, aveva ammesso che difficilmente Gaetz sarebbe stato confermato. Poi, giovedì, gli ha direttamente comunicato che i voti necessari per il via libera da parte del Senato, di fatto, non c’erano: uno stato di cose che ha portato Gaetz ad annunciare un passo indietro.
Poco dopo, Trump ha nominato come sua sostituta Pam Bondi che, oltre a essere stata tra i legali del tycoon durante il suo primo impeachment, ha anche servito come procuratrice generale della Florida dal 2011 al 2019. «Pam ha lavorato per fermare il traffico di droghe letali e ridurre le morti per overdose di Fentanyl», ha detto Trump. Si tratta di una fedelissima, sì. E anche piuttosto conservatrice. Ma non potrà certo essere accusata di inesperienza rispetto alla materia che andrà a trattare. Certo, sono già partite le critiche di chi teme una politicizzazione del dipartimento di Giustizia. Andrebbe, però, ricordato che, designato da Joe Biden nel 2021, l’attuale procuratore generale, Merrick Garland, aveva il dente avvelenato con Trump dopo che quest’ultimo, nel 2017, aveva fatto naufragare la sua nomina alla Corte suprema. Nel 2022, Garland ha, poi, nominato procuratore speciale Jack Smith che ha, a sua volta, incriminato quello che, all’epoca, era l’avversario elettorale dell’attuale presidente uscente. Insomma, sulla politicizzazione del dipartimento di Giustizia ci sarebbero da dire tante cose.
Come che sia, il fatto che la Bondi sia stata nominata lo stesso giorno del ritiro di Gaetz dimostra che probabilmente Trump era pronto da tempo con la sostituzione. Addirittura, la settimana scorsa qualcuno aveva ipotizzato che il tycoon avesse nominato Gaetz per accontentare l’ala dura e pura della sua base, pur sapendo dall’inizio che sarebbe andato a sbattere. Si tratta di una teoria che, a ben vedere, non può essere del tutto esclusa. E chissà che una dinamica simile non sia all’opera anche su Pete Hegseth, che Trump ha designato come prossimo capo del Pentagono. Negli ultimi giorni, è stato diffuso un rapporto della polizia su una presunta aggressione sessuale di cui Hegseth fu accusato nel 2017: un addebito che il diretto interessato ha sempre respinto e che continua a respingere. Lo stesso team di transizione lo ha difeso, l’altro ieri. Bisognerà vedere se questa vicenda peserà negativamente sul suo processo di ratifica al Senato.
Se Hegseth dovesse saltare, Trump potrebbe virare su un profilo più tradizionale, come quello del generale Keith Kellogg, che è uno dei suoi principali consiglieri in materia di sicurezza nazionale. Chissà che non possa, inoltre, tornare in pista il nome di Mike Pompeo anche se, alcuni giorni fa, il tycoon aveva esplicitamente dichiarato che non lo avrebbe invitato a far parte della sua nuova amministrazione. Non si può neppure escludere che, come nel caso di Gaetz, Trump abbia nominato Hegseth per accontentare l’ala dura e pura della sua base, con l’obiettivo poi di mandarlo a sbattere in Senato e avere, quindi, le mani libere per designare qualcun altro. Potrebbe anche essere che le nomine più controverse siano usate dal presidente in pectore per distrarre l’attenzione e salvaguardarne così altre, a cui tiene particolarmente ma che rischiano di incontrare i malumori di qualche senatore repubblicano: ci riferiamo soprattutto a quelle di due ex dem, come Tulsi Gabbard e Robert Kennedy jr.
Un altro fronte è poi rappresentato dalla segretaria all’Istruzione in pectore, Linda McMahon, che a ottobre è stata querelata con l’accusa di non aver preso provvedimenti contro alcuni abusi sui minori che si sarebbero verificati mentre era a capo del World wrestling entertainment. «Questa causa civile, basata su accuse vecchie di oltre 30 anni, è piena di menzogne scurrili, esagerazioni e false dichiarazioni riguardo a Linda McMahon», ha affermato il legale della diretta interessata. Trump dovrà, insomma, bilanciare l’esigenza di ottenere conferme al Senato con il suo intento di riformare radicalmente alcune istituzioni americane. Il senso di alcune nomine di rottura va cercato in questa necessità. Il tycoon si conferma, sotto questo punto di vista, in linea con la tradizione avviata da Andrew Jackson: un presidente a cui Trump ha sempre detto di ispirarsi e che, nella sua vena antiestablishment, viene considerato un po’ l’inventore dello spoil system. E comunque, al netto delle difficoltà, ieri è uscito un sondaggio del Pew research center, secondo cui il 53% degli americani approva i progetti politici di Trump per il futuro.
Nel frattempo, ieri, Juan Merchan, il giudice che ha supervisionato il processo penale di Trump a Manhattan, ha posticipato la sentenza a data da definirsi.
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