Definisce «uomo» su Twitter una transessuale: madre arrestata davanti ai due figli
Ansa
È successo in Gran Bretagna, dove il 18 settembre Kate Scottow dovrà comparire in tribunale dopo essere stata detenuta per sette ore per «commenti oltraggiosi».

A processo per aver chiamato una trans «uomo». Succede in Inghilterra, dove Kate Scottow, trentottenne di Hitchin, cittadina di 30.000 anime nell’Hertfordshire, il prossimo 18 settembre dovrà comparire davanti ai giudici di Stevenage per difendersi dall’accusa di «campagna di molestie mirata» ai danni di Stephanie Hayden, attivista transgender che mesi addietro, durante un dibattito sul forum online Mumsnet, la donna aveva apostrofato secondo il suo sesso biologico: quello maschile, appunto.

Per la Scottow è la prosecuzione di un incubo iniziato nel dicembre dello scorso anno, quando non uno bensì tre agenti di polizia le sono piombati in casa prelevandola di forza davanti ai suoi figli, una bambina autistica di 10 anni e un piccolo di 20 mesi allattato al seno. Dopo l’arresto, nel corso del quale le sono stati sequestrati cellulare e computer portatile, la donna è stata condotta alla vicina stazione di polizia dove, prima di essere interrogata, è stata detenuta per sette ore in una cella angusta e senza i prodotti sanitari di cui aveva bisogno.

Tutto questo perché tempo prima, su Twitter, aveva osato rivolgersi a Stephanie Hayden, legale e opinionista transgender, secondo la sua identità biologica e non sulla base di quella da lui, pardon da lei percepita. La madre di Hitchin è inoltre accusata di aver utilizzato due differenti profili per «molestare, diffamare e pubblicare tweet oltraggiosi e diffamatori» lesivi della Hayden, osando pure apostrofarla come un «falso avvocato». Tutte accuse che la Scottow aveva sin da principio respinto con forza dichiarandosi solo colpevole, si fa per dire, di una «genuina e ragionevole convinzione», ossia quella che un essere umano «non può realmente cambiare sesso».

Ciò nonostante il vicegiudice Jason Coppel aveva emesso un’ingiunzione provvisoria che intimava alla donna di non pubblicare più sui social media qualsivoglia informazione personale sulla Hayden «facendo riferimento a lei come un uomo» né collegandola alla sua «precedente identità maschile». Unitamente a questo provvedimento e all’arresto poc’anzi ricordato – più adatto a un affiliato dell’Isis che alla mamma di due bambini – è stata avviata un’indagine che il 21 agosto scorso ha portato alla formulazione delle accuse da cui tra due settimane la donna dovrà difendersi.

Ora, in attesa di nuovi sviluppi, non si può fare a meno di constatare l’assurdità della vicenda di Kate Scottow; tanto che perfino Boris Johnson tempo addietro si era sentito in dovere di commentarla giudicando un «abuso» l’invio di tre agenti a casa di una madre rea di essersi lasciata prendere un po’ la mano, anzi la tastiera, in un dibattito in Rete. Senza dimenticare che, per quanto possa essere spiacevole per un soggetto transgender essere chiamato con il nome di battesimo o secondo la propria identità biologica, che si arrivi addirittura a celebrare un processo perché qualcuno si è rivolto a una trans come a un «uomo» ha semplicemente dell’incredibile.

Ciò nonostante, il processo alla Scottow avrà luogo e sarà il primo nel suo genere in Gran Bretagna dopo che nel marzo scorso un’altra donna, Miranda Yardley, di 51 anni, è stata graziata da un sostanziale non luogo a procedere del giudice distrettuale John Woollard, che ha archiviato il caso che la vedeva coinvolta per «transfobia» ai danni di Helen Islan, che dieci anni fa aveva subito un intervento di riassegnazione per diventare donna. «Vengo da dieci mesi d’inferno», era stato il commento della Yardley nell’apprendere dell’archiviazione delle accuse.

Un sollievo che purtroppo non potrà sperimentare Kate Scottow, non a breve almeno, e come lei tanti altri che, nella misura in cui disattendono o hanno disatteso i diktat Lgbt, rischiano grosso. Anche se si rivolgono ai loro familiari. Lo sa bene un padre separato che in Canada, lo scorso aprile, è stato condannato nientemeno che per «violenza familiare» dal giudice Francesca Marzari della Suprema corte della British Columbia. Il motivo? Aveva osato rivolgersi alla figlia di 14 anni, che si sente un maschio, con il nome di battesimo sconsigliandole di sottoporsi a trattamenti ormonali per cambiare identità sessuale.

In questo clima francamente surreale al quale, come si è visto, la giurisprudenza occidentale non sembra affatto estranea, è difficile pronosticare quello che potrà essere l’esito del processo alla Scottow. Naturalmente il buon senso porta ad auspicare una completa assoluzione. Tuttavia anche in uno scenario simile ci sarebbe ben poco di cui rallegrarsi dal momento che il punctum dolens, qui, non sta nell’esito che domani avrà l’iter processuale bensì nel fatto stesso che esso, oggi, abbia inizio.

In altre parole, non occorre aspettare l’assoluzione né, tanto meno, la condanna di Kate Scottow per rendersi conto che un mondo in cui parole platealmente innocue come «uomo» o «donna», se rivolte a certuni, possono diventare ingiurie è di certo un mondo gay friendly, egualitario e arcobaleno: ma non un mondo libero. E questo dovrebbe allarmarci tutti.

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