Correva il 22 aprile 2016 e mancavano poche settimane al referendum sulla Brexit. Barack Obama in visita nel Regno Unito avvertì minacciosamente i britannici che con la Brexit «sarebbero finiti in fondo alla fila per negoziare un accordo commerciale con gli Usa». Sono passati circa nove anni e i cittadini britannici hanno clamorosamente saltato tutta la coda e dalla sera dell’8 maggio hanno pure terminato l’attesa.
Ora alla fine della coda c’è la Ue e Donald Trump venerdì mattina, proprio poche ore prima di una chiamata chiave tra il rappresentante commerciale statunitense Jamieson Greer e il massimo funzionario commerciale dell’Ue, Maros Sefcovic, ha suonato la fine della ricreazione. L’annuncio dei dazi del 50% a partire dal primo giugno suona come inattesa solo a chi non ha seguito lo sterile confronto in atto da alcune settimane tra Washington e Bruxelles.
Perché gli avvertimenti non erano mancati. Il 13 maggio, parlando da Ryad, il segretario del Tesoro Scott Bessent aveva messo il dito nella piaga, affermando che «gli europei hanno un problema di azione collettiva. È proprio il loro punto debole… Non operano sempre in modo coeso come gli Stati Uniti d’America. È un consorzio di 27 nazioni sovrane… Gli italiani e i francesi vogliono cose diverse».
Il problema è esattamente questo. Al di là del merito specifico della posizione negoziale della Ue, esiste una oggettiva difficoltà a rispondere in modo rapido ed efficace a causa della necessità di coordinare le posizioni tra i suoi membri, ognuno con priorità economiche e politiche distinte. È proprio la struttura istituzionale della Ue oggi il più grande ostacolo a un efficace e rapido negoziato con gli Usa. Venerdì, parlando a Fox News, Bessent ha pure rincarato la dose, aggiungendo che «le proposte presentate finora dai funzionari europei sono state insufficienti rispetto a quelle presentate dagli altri partner commerciali statunitensi. Sono 27 Paesi, ma sono rappresentati da questo unico gruppo a Bruxelles. Quindi, alcuni dei feedback che ho ricevuto indicano che i Paesi interessati non sanno nemmeno cosa l’Ue stia negoziando per loro conto».
Il confronto con il Regno Unito ma anche con la Svizzera – fuori dalla Ue e grande esportatore netto verso gli Usa, con un export superiore a quello italiano già nel 2024 e cresciuto a dismisura nel primo trimestre 2025 fino a triplicare quello italiano – è impietoso. Da Berna, dopo una recente visita di Bessent, hanno già annunciato che sono vicini alla firma di una lettera di intenti per ridurre sensibilmente quel 31% che minaccia di colpire le loro esportazioni dal 9 luglio.
Da Londra, emergono i primi dettagli da cui risulta che l’accordo Usa-Uk è stato il risultato di un’intensa offensiva diplomatica da parte di Keir Starmer che ha lavorato instancabilmente per costruire un rapporto con Trump, nonostante le profonde differenze politiche. Il dipartimento per il Commercio e l’industria britannico ha modellato oltre 100 scenari economici per prepararsi a diverse eventualità, mentre i diplomatici britannici a Washington fornivano rapporti regolari.
Se non si vuole credere alle parole di Bessent – nonostante le sue affermazioni siano state rilanciate dal non certamente amico Washington Post – sono i numeri che parlano da soli e restituiscono un quadro così eterogeneo che c’è davvero da credere che il povero Sefcovic non sappia cosa chiedere, tali e tante sono le diverse esigenze degli Stati membri, e sia costretto a muoversi come un pachiderma. Tra i primi otto Paesi esportatori verso gli Usa, ce ne sono alcuni come Francia, Spagna e Paesi Bassi con saldo della bilancia commerciale delle merci in pareggio o in lieve deficit. Sul versante opposto ci sono Germania, Irlanda e Italia con un avanzo consistente. È evidente il diverso impatto dei dazi su ciascun Paese e quindi gli interessi giocoforza divergenti e impressiona la corsa a esportare del primo trimestre di quest’anno, con Irlanda e Svizzera su livelli record. L’industria farmaceutica sapeva tutto, probabilmente.
Ma ciò non basta. Quei saldi nascondono una composizione nettamente diversa per categoria merceologica. Come dettagliatamente illustrato qualche giorno fa sul quotidiano francese Le Figaro (anche in questo caso non proprio un foglio anti Ue), citando uno studio dell’ufficio statistico delle dogane, la Francia non esporta affatto gli stessi prodotti degli altri «campioni» dell’export Ue. Anziché prodotti farmaceutici, automobili e macchinari, l’export francese verso gli Usa si concentra su altri settori: aeronautico e spaziale, bevande, profumi e cosmetici. Nessuno dei quali è stato colpito dai maxi dazi al 25% che hanno colpito acciaio, alluminio, automobili, ricambi auto. La gran parte dei beni esportati dai francesi ricade sotto l’aliquota base del 10%. In ogni caso, hanno aumentato da tempo l’acquisto di idrocarburi Usa e la bilancia commerciale è in sostanziale pareggio. L’irritazione dei francesi traspare dalle parole di Thomas Grjebine, economista del centro studi Cepii: «Se la Germania non avesse consumato in modo insufficiente per tutti questi anni, l’Ue non avrebbe questo surplus monumentale con gli Stati Uniti», ha detto concordando anche Anthony Morlet-Lavidalie, economista di Rexecode. E forse non saremmo incorsi nell’ira di Donald Trump, conclude.
I francesi temono che l’esigua esposizione dei prodotti francesi all’aliquota del 25% non rappresenti necessariamente un’opportunità. «Il fatto che all’interno dell’Ue abbiamo una diversa composizione delle esportazioni potrebbe rappresentare per noi uno svantaggio nei negoziati», afferma ancora Grjebine. Era questo uno dei timori di Bernard Arnault, amministratore delegato di Lvmh: che la Commissione europea si dimostrasse particolarmente sensibile alla sorte del settore automobilistico. Il risultato di questa paralisi è la minaccia di dazi al 50% per tutti dal 1° giugno.
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