Sgominata una centrale di scafisti: ci ha portato più di 1.100 clandestini
  • Una cinquantina di arresti tra Italia e Albania, smantellato un clan che aveva in un richiedente asilo in Veneto una delle menti. Due rotte: dalla Turchia via mare o lungo i Balcani su terra. E le istruzioni in caso di naufragio.
  • Baby Gang e Neima Ezza, nome d’arte di una coppia di italo-nordafricani, rubavano gioielli ai ragazzini a Milano. Il primo era già stato sottoposto a sorveglianza speciale.

Lo speciale contiene due articoli.

«Giuro, fratello, non ti consiglio il tragitto terrestre, perché è lungo e attraversi la Bosnia. Via terrestre una persona può essere presa. Al contrario, via mare, tu sali e dici che stai venendo dalla Grecia, ok?». L’esperto che consigliava le traversate su un comodo veliero per la rotta turca era Majid Muhamad, 52 anni, iracheno residente a Bari. Poteva contare su un manipolo di scafisti trafficanti di esseri umani pronti a tutto pur di portare a termine il viaggio verso le coste del Salento. È uno dei quattro boss arrestati dalla Guardia di finanza nell’operazione che la Procura di Lecce ha ribattezzato «Astrolabio» e che ha svelato la rete dei signori della tratta: 52 indagati e 47 arrestati tra Italia (22) e Albania (25) con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Chi voleva raggiungere le coste italiane doveva sborsare tra i 6.000 e i 10.000 dollari a passeggero. Viaggio all inclusive. E di persone i traghettatori del male che sfruttavano l’emergenza per arricchirsi, sapendo di trovare in Italia un porto sicuro, ne hanno scaricate almeno 1.120 nel periodo monitorato dagli investigatori. Si tratta di almeno 30 viaggi in un anno. Dei quali, stimano in Procura, almeno il 60 per cento organizzati da Alaa Qasim Rahima, 38 anni, iracheno pure lui. È il secondo boss dello squadrone degli armatori: abita a Fossalta di Piave, in provincia di Venezia e lo chiamano «Abu al Hawl», ovvero la Sfinge. Ma per la sua influenza, nelle chiacchierate intercettate, i suoi gregari consigliano di presentarsi al suo cospetto appellandolo come il «Re dell’Italia». È un richiedente asilo che fino al momento dell’arresto viveva in una casa di accoglienza a Fossalta di Piave insieme al fratello Omar Qasim Rahima detto «Abu Azzam», finito pure lui in manette. Il terzo uomo è Sultan Ahmed, 23 anni, siriano. Era lui, stando alle accuse, a gestire i viaggi dall’hub albanese, il secondo per importanza. Perché il vero centro di smistamento era in Turchia. E a gestirlo c’era Awat Abdalrahman Rahim Rahim, 47 anni, pure lui iracheno. Oltre a essere il più sfuggente dei quattro, è forse anche il più influente.

La cricca, a sbarco effettuato, assicurava anche il viaggio verso il Nord Italia e, se richiesto, verso altri Paesi europei. Gli investigatori hanno beccato uno degli indagati, Mohamed Hajourmar, affermare a telefono con un cliente che «per l’Austria, per la Germania e per l’Olanda» era possibile, «con tutto il cuore». Per non chiamarsi scafista diceva di essere «lo skipper» di uno dei velieri.

I gruppi italiani erano due: quello veneziano e quello barese: il primo aveva il compito di trasferire in Italia e in Europa i clandestini arabo-siriani; quello barese, invece, recuperava gli scafisti sulla costa consentendo loro di aggirare le forze dell’ordine. Ma anche se la rotta via mare era quella preferita, veniva offerta anche l’opportunità di affrontare quella balcanica: dalla Turchia alla Bulgaria, passando per la Serbia, fino alla Romania. E da lì, in un altro centro di smistamento, si prendeva il bus per la destinazione finale. Una fittissima rete di contatti permetteva di godere di una certa protezione dai controlli, per ogni tappa del viaggio. E in caso di emergenza, se le cose in mare si mettevano male, c’era Hajoumar pronto a risolvere il problema, come proverebbe questa conversazione: «Tu mi hai mandato una posizione alle 2 di notte […] l’unico che puoi chiamare è la Guardia costiera […] si dovrebbe contattare tramite la Croce rossa e io ho chiamato l’avvocato, l’ho svegliata dicendo che c’è una nave che affonda e lei ha chiamato la Croce rossa… comunicheranno alla Guardia costiera… mi spiego… io ho fatto quello che posso e speriamo che tutto vada bene». Poco dopo arrivano le prime rassicuranti notizie. Uno dei viaggiatori comunica: «Bene… adesso con la Guardia costiera e poi andiamo verso i confini». Ma il viaggiatore è preoccupato. E chiede: «Non ci fanno niente? Come funziona? Passiamo dalla quarantena». L’uomo dell’organizzazione a telefono è cauto e taglia corto: «Appena arrivi mandami la tua posizione […] non c’è problema, anche dalla quarantena mi mandi la posizione e io vengo da te». La risposta: «D’accordo, se Dio vuole».

Ma le cautele non venivano applicate solo durante le telefonate. Anche i pagamenti venivano schermati. L’organizzazione chiedeva agli immigrati di utilizzare il metodo Sarafi, un sistema bancario abusivo di trasferimento di valori in stile hawala, ovvero basato su una vasta rete di mediatori di fiducia. I soldi venivano depositati in agenzie estere e poi diventavano irrintracciabili pur non muovendosi da lì. Gli scafisti, poi, sapevano da chi ritirarli.



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