Islam, comincia l’assalto anche ai Parlamenti tra verdi e partiti nuovi
Mothin Ali
A Leeds il neo consigliere urla «Allahu Akbar», in Germania c’è un movimento legato a Erdogan. Ma per ora manca un leader.

Gli islamisti in Europa non operano solo nelle piazze dove chiedono l’adozione della Sharia (la legge islamica), ma sono sempre più presenti nella vita politica. Ad aprire le porte ai candidati barbuti e alle donne velate, spiccano i verdi e i socialisti in Germania, Austria, Francia, Belgio Inghilterra, Svezia e Svizzera, solo per citarne alcuni.

A proposito della Gran Bretagna: nell’ultima tornata delle elezioni amministrative svoltasi lo scorso 2 maggio, almeno 40 attivisti filopalestinesi candidati con i verdi sono stati eletti nei consigli comunali delle loro città. Il deputato conservatore Lord Stewart James Jackson ha dichiarato che «i verdi rimpiangeranno il giorno in cui hanno ammesso questi fanatici squilibrati nel loro partito per motivi opportunistici e a breve termine». Durante la loro campagna elettorale questi candidati non hanno fatto altro che parlare della guerra a Gaza piuttosto che di come migliorare la vita nelle loro città. In particolare nelle aree del Nord-Ovest dove vivono grandi comunità musulmane. A Pendle, nel Lancashire, i candidati indipendenti filopalestinesi hanno ottenuto cinque dei 12 seggi disponibili. Una situazione analoga si è verificata a Bradford, dove nove dei 30 seggi sono stati conquistati dagli indipendenti. Sette dei candidati hanno espressamente criticato i laburisti per la loro politica nei confronti di Gaza o hanno fatto dichiarazioni a favore della Palestina.

A proposito di eletti è diventato virale il video di Mothin Ali, candidato dei verdi a Leeds, che dopo la sua proclamazione ha affermato: «Ora alzerò la voce della Palestina, Allahu Akbar!». Pochi dubbi sul fatto che d’ora in poi municipi locali si occuperanno di questioni che nulla hanno a che fare con i servizi locali, eccezion fatta per le continue richieste di poter portare il velo nelle scuole e di cambiare i menu, sempre che non lo abbiano già fatto, di bandire il nuoto per le alunne e di costruire spazi per la preghiera in scuole, ospedali, aeroporti, oltre a nuove moschee come da precisi dettami della Fratellanza musulmana. L’obbiettivo non certo nascosto dei Fratelli musulmani è quello di un partito islamico che possa entrare in un Parlamento qualsiasi di un Paese dell’Unione europea e da lì iniziare la scalata alla politica nazionale.

Mentre a livello locale l’operazione è in corso e non subisce ritardi: sono stati fatti diversi tentativi di creare un Partito islamico a vocazione nazionale, tuttavia, complice la mancanza di leader qualificati fino ad oggi non hanno portato i risultati attesi. Ma qualcosa presto potrebbe cambiare. Quando il prossimo 9 giugno gli elettori tedeschi voteranno per il Parlamento europeo sulle schede elettorali comparirà per la prima volta l’associazione politica Dava, fondata dal medico cinquantatreenne Mustafa Yoldas che si candida per ottenere uno scranno all’Europarlamento L’abbreviazione Dava sta per Demokratische Allianz für Vielfalt und Aufbruch (Alleanza Democratica per la Diversità e il Risveglio) e si rivolge principalmente ai musulmani. Subito dopo la sua fondazione a gennaio, la Dava è stata criticata, a volte pesantemente, da numerosi media; è accusata di essere vicina, in termini di personale politico e contenuti, all’associazione delle moschee tedesco-turche Ditib e al partito turco al potere Akp, tanto che si parla di Dava come «del lungo braccio di Erdogan in Germania». Dava ha respinto le accuse ma in un’intervista alla radio e tv tedesca Ndr il politologo Dastan Jasim dell’Istituto Giga di Amburgo, ha lanciato l’allarme: «Allo stato attuale, soprattutto per quanto riguarda i quadri dirigenti, queste sono tutte persone con stretti legami con Erdogan. Successivamente sarà interessante esaminare il finanziamento dei partiti. Ma è già chiaro: in termini di contenuto la Dava è molto vicina a ciò che rappresenta l’Akp. Si parla molto di difendere i musulmani, di essere coinvolti in una guerra culturale con l’Occidente in cui si vuole difendere tutti i musulmani».

Perché proprio in Germania? Si stima che nel Paese ci siano circa sette milioni di persone di origine turca. Questo dato include sia cittadini turchi che persone con doppia cittadinanza tedesca e turca. In ogni caso quella turca è la più grande comunità straniera, rappresentando circa il 3,5% della popolazione totale e la maggior parte dei turchi in Germania vive nelle città, con Berlino che vanta la più grande comunità (circa 400.000 persone).

Altro tentativo degno di nota alle prossime elezioni europee è quello dei partiti e dei movimenti musulmani europei che attualmente si radunano attorno allo slogan «Palestina libera». Il loro obiettivo è aumentare la consapevolezza sulle conseguenze della guerra a Gaza e chiedere un’azione più dura nei confronti di Israele da parte dell’Unione europea. Il movimento è stato fondato in Francia con l’Union des démocrates musulmans de France (Unione dei democratici musulmani di Francia), un piccolo gruppo fondato nel 2012 da Nabib Azergui, di origine marocchina. Il movimento si descrive come di centrosinistra, antisionista e antimperialista, e sta raccogliendo adesioni in Germania, Paesi Bassi, Svezia, Spagna e forse in Belgio e Grecia.

L’impressione che traiamo da questo viaggio nell’islam politico è che il bacino di voti da prendere è enorme ma ciò che manca è un leader carismatico. La figura era stata identificata nell’islamologo Tariq Ramadan che però ormai ha perso credibilità a causa di un serie di processi per violenza sessuale che ne hanno distrutto l’immagine. Ma è solo questione di tempo, qualcuno arriverà e per l’Europa sarà un gigantesco problema.

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