Biden può aiutare l’Italia su piano Mattei e sbarchi
Giorgia Meloni e Joe Biden (Ansa)
Il premier nell’incontro con Joe Biden ha incassato il sì alla collaborazione finanziaria in Africa e alla coalizione anti trafficanti. La manovra serve a contenere la Cina e a prevenire colpi di Stato a Sud del Sahel. Sarà determinante il G7 di giugno in Puglia.

è stato dato in tempo per la chiusura dei giornali. Ma il succo dell’incontro si è compreso solo a notte inoltrata. Così se le foto nella Stanza Ovale fanno sempre comodo a chi governa soprattutto in fase di campagna elettorale, il sostegno finanziario al piano Mattei è invece qualcosa di diverso. E di lungo termine. «Il colloquio», si legge nella nota diffusa da Palazzo Chigi, «ha anche permesso uno scambio di vedute sulla cooperazione con il continente africano, nel quadro del piano Mattei per l’Africa, e sulle opportunità di collaborazione in aree di comune interesse, anche al fine di affrontare insieme la sfida migratoria. In questo ambito, da parte italiana è stata presentata l’iniziativa per una coalizione internazionale contro i trafficanti di esseri umani».

Fondi e legalità. In merito ai finanziamenti destinati all’Africa, il vero passo in avanti fatto da questo governo è stato nella scelta dei fondi. Primo, destinare al piano Mattei i miliardi previsti per il fondo sul clima è una mossa corretta: il nesso è innegabile e al tempo stesso implica la prospettiva di rendere utili fondi che sarebbero finiti in nulla. Altro aspetto riguarda la cooperazione e lo sviluppo. Ogni anno i governi (media dell’ultimo decennio) stanziano circa 4,5 miliardi per la cooperazione e lo sviluppo. Il 70% va a finire nel fiume dei progetti multilaterali. Gestiti quindi da organismi come la Banca mondiale, il Fmi o l’Europa. Soldi che arrivano nei Paesi terzi senza la nostra bandiera. Inoltre meno del 40% dei finanziamenti complessivi è destinato all’Africa. D’ora in avanti ben 2 miliardi dei 4,5 andranno nel Sahel e nel Continente nero e tutti per via bilaterale. Cioè con la nostra bandiera. Facile immaginare come cambierà la musica. Sarà il governo a decidere a quali omologhi e (o a quali tribù) mandare i soldi. Assicurandosi un legittimo ritorno strategico.

Vista l’ampiezza del piano, è chiaro che queste cifre non bastano. E qui dovrebbe subentrare la collaborazione bilaterale con gli Usa. Washington ha un ampio schema di aiuti più o meno in tutti i Paesi del continente africano. L’ipotesi è di muoversi mettendo a fattor comune gli investimenti e gli obiettivi. Quello che sarebbe dovuto avvenire in Tunisia, e che fin qui è rimasto bloccato per via di rigidità su ambo i lati, potrebbe ora sbloccarsi anche senza l’ok di Bruxelles. Discorso analogo in Niger, ma anche nelle nazioni ancora non travolte da colpi di Stato a Sud del Sahel. In modo da creare un cuscinetto utile all’attività vera e propria di controllo dei flussi migratori. E anche qui la proposta di andare in sincrono. Creando una sorta di alleanza globale contro i trafficanti di esseri umani, ciò in cui l’Europa fino a oggi ha sempre fallito, o che nemmeno ha iniziato a fare. Così, alla richiesta italiana di collaborazione la risposta Usa è stata affermativa. E si concretizzerà in occasione del G7 di Borgo Egnazia, il prossimo giugno in Puglia. Ma come tutte le collaborazioni c’è sempre una controparte. In Puglia ci sarà continuità su due capitoli dell’agenda del G7 che hanno assunto un rilievo di primo piano durante la presidenza tedesca e giapponese: il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa e il contrasto ai piani egemonici della Cina. La Meloni ha preso posizioni inequivocabili sull’assistenza economica e militare all’Ucraina. Anche quella sui rapporti con Pechino non si discosta da quella messa a punto durante le ultime presidenze del G7. Il governo Meloni ha mostrato di non sottovalutare il rischio che vitali interessi nazionali possano essere messi a repentaglio dall’espansionismo cinese, come mostrano alcune decisioni, fra cui le misure per la protezione di settori strategici e la disdetta dell’accordo con Pechino sulla Via della seta. «Tuttavia, non si può escludere», spiega un recente articolo di Affari Internazionali, «che nei prossimi mesi emergano contrasti, soprattutto a livello transatlantico, sulle entità e gli strumenti dell’appoggio a Kyiv o sulle misure per ridurre la dipendenza economica da Pechino; contrasti che si ripercuoterebbero inevitabilmente sul G7».

In tal caso, l’Italia avrebbe il delicato compito, in quanto detentrice della presidenza, di favorire credibili soluzioni di compromesso. Quali saranno, forse è ancora presto per saperlo. Di certo, il tema cinese resta caldo, così come quello del controllo dei mari. Non è un caso se, mentre il premier era negli Usa, sono state diffuse due interessanti notizie. La prima è che Ferretti group – controllata da Weichai – ha abbandonato un progetto di per sé poco credibile a Taranto. Faceva gola alla politica locale, ma era molto temuto vista la vicinanza alle infrastrutture Nato. Seconda notizia: il presidente dell’autorità portuale di Trieste, Zeno D’Agostino, si è dimesso. Ufficialmente per motivi personali. Recentemente l’ambasciatore americano era stato a far visita al porto. E D’Agostino è stato tra i promotori, anni fa, della politica delle «porte aperte» ai cinesi. Capiremo meglio nei prossimi giorni. Ma anche il piano Mattei sta prendendo le forme di un cinturone di protezione. In primis dalle mire cinesi.

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