L’Argentina torna saldamente nel campo occidentale. È questo, in estrema sintesi, il succo delle prime mosse in politica estera di Javier Milei. Il nuovo presidente argentino ha infatti rafforzato i legami di Buenos Aires con Israele e con gli Stati Uniti, attenuando la linea filocinese del predecessore peronista.
Subito prima dell’insediamento, l’attuale capo di Stato argentino ha avuto un incontro col ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen. Secondo il ministero degli Esteri dello Stato ebraico, Milei, nell’occasione, ha espresso la sua “piena solidarietà al popolo israeliano” alla luce dell’assalto di Hamas, che ha “condannato in modo netto e chiaro”. Il presidente argentino ha anche detto di “sostenere pienamente il diritto di Israele a difendersi”, senza escludere la possibilità di designare Hamas come organizzazione terroristica. Non solo. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha recentemente ringraziato lo stesso Milei per la sua intenzione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico. “Il primo ministro ha ringraziato il presidente eletto per la sua intenzione di spostare l’ambasciata argentina a Gerusalemme e lo ha invitato a visitare Israele”, recitava una nota riferita alla telefonata che, a inizio dicembre, Netanyahu ha avuto con l’inquilino della Casa Rosada.
Ma non è tutto. Poco prima di insediarsi formalmente, il neopresidente si è recato in visita a Washington. Nell’occasione, Milei ha avuto un faccia a faccia con il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan. “Un incontro eccellente. Siamo molto soddisfatti. Abbiamo parlato della situazione argentina, delle sfide del nostro governo e della nostra posizione a livello internazionale”, ha dichiarato il neopresidente. Stando a una nota della Casa Bianca, i due interlocutori hanno discusso “dell’importanza di continuare ad accrescere la forte relazione tra Stati Uniti e Argentina sulle questioni economiche e su priorità condivise come gli investimenti in tecnologia ed energia pulita”. I due si sono inoltre impegnati a “difendere i diritti umani e a difendere le democrazie in tutto il mondo”.
Ricordiamo che, in campagna elettorale, Milei aveva promesso la dollarizzazione dell’economia argentina. Non è inoltre escluso che il neopresidente possa bloccare il processo di adesione di Buenos Aires ai Brics: un’eventualità che, qualora si verificasse, rappresenterebbe un duro colpo politico-diplomatico a Pechino. È in questo senso che Joe Biden, pur non potendosi esporre per timore di creare fibrillazioni in seno al suo stesso partito, è tutt’altro che scontento dell’arrivo di Milei alla Casa Rosada. Il nuovo presidente argentino potrebbe infatti sottrarre una parte importante dell’America Latina alla crescente influenza della Repubblica popolare cinese. Si tratta di uno scenario assolutamente positivo per l’amministrazione Biden, che – a partire dal 2022 – ha perso man mano soft power su gran parte di quest’area.
Guarda caso, da quando è presidente Milei, le tensioni tra Argentina e Venezuela sono aumentate. Nicolas Maduro ha infatti accusato l’omologo argentino di voler “distruggere lo Stato” perché “vuole trasformare l’Argentina in una colonia di capitali stranieri e in un feudo dei quattro o cinque miliardari che hanno finanziato la sua campagna”. Non dimentichiamo che Maduro intrattiene solidi rapporti con Mosca, Teheran e Pechino. E che il suo regime socialista non può certo apprezzare la linea anarcocapitalista di Milei.
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