Messe aperte a tutti. La Corte suprema boccia il giro di vite del governatore dem
  • Accolto il ricorso contro il numero chiuso nei luoghi di culto. Decisivo il voto della nuova giudice Amy Coney Barrett, scelta da Donald Trump
  • Salta la mediazione sul tetto di partecipanti ai riti religiosi. Pronta un’azione legale

Lo speciale contiene due articoli

Schiaffo della Corte Suprema ad Andrew Cuomo. Mercoledì, il massimo organo giudiziario statunitense ha dato ragione ad alcune organizzazioni religiose che avevano fatto causa contro le restrizioni, imposte dal governatore democratico dello Stato di New York, come forma di contrasto alla diffusione del coronavirus. La sentenza è stata approvata da una maggioranza di cinque togati contro quattro: se il giudice capo – nominato da George W. Bush John Roberts si è schierato con i tre colleghi di nomina democratica in sostegno della linea di Cuomo, la nuova giudice – scelta da Donald Trump Amy Coney Barrett ha dato un contributo decisivo per la vittoria dei ricorrenti. In particolare, il governatore newyorchese aveva introdotto delle limitazioni per il numero di persone che potevano prendere parte alle funzioni religiose: una misura che è stata principalmente contestata dalla diocesi cattolica di Brooklyn e dall’organizzazione Agudath Israel of America, sostenendo che quelle misure costituissero una violazione del Primo emendamento (che – ricordiamolo – tutela la libertà religiosa).

Nella fattispecie, secondo i querelanti, le norme dello Stato avrebbero trattato più duramente i luoghi di culto rispetto ad altre strutture secolari, determinando così un comportamento discriminatorio. Netta la posizione della maggioranza della Corte, secondo cui «non solo non ci sono prove che i ricorrenti abbiano contribuito alla diffusione del Covid19, ma ci sono molte altre regole meno restrittive che potrebbero essere adottate per ridurre al minimo il rischio per i partecipanti alle funzioni religiose». «I membri di questa Corte non sono esperti di salute pubblica, e dovremmo rispettare il giudizio di coloro che hanno competenze e responsabilità speciali in questo settore», ha proseguito la Corte, «ma anche in una pandemia, la Costituzione non può essere messa da parte e dimenticata. Le restrizioni in questione qui, escludendo di fatto molti dall’assistere alle funzioni religiose, colpiscono il cuore stesso della garanzia di libertà religiosa del Primo emendamento». Molto severa, in particolare, la posizione del giudice Neil Gorsuch (anche lui nominato da Trump e schieratosi con la maggioranza). «È tempo di chiarire», ha scritto nella sua opinione concomitante, «che, mentre la pandemia pone molte sfide gravi, non c’è mondo in cui la Costituzione tolleri editti esecutivi codificati a coloro che riaprono negozi di liquori e negozi di biciclette ma chiudono chiese, sinagoghe e moschee». Tutto questo, mentre i togati in minoranza hanno sostenuto che, vista la situazione di emergenza, il governatore fosse legittimato ad introdurre le misure limitative.

La settimana scorsa, il viceprocuratore generale dello Stato di New York aveva rivisto le restrizioni, portando le aree di rischio (dove la diocesi di Brooklyn e Agudath Israel of America hanno rispettivamente chiese e sinagoghe) da «rosse» o «arancioni» a «gialle» (ricordiamo a tal proposito che, secondo il decreto del governatore, nelle zone rosse il tetto massimo per frequentare funzioni religiose fosse di dieci persone e nelle arancioni di venticinque). Ciononostante gli avvocati dei ricorrenti avevano espresso scetticismo, parlando di «tempistica curiosa» e di «finto passo indietro».

Come ravvisato dal New York Times, questa è la prima volta che il peso della Barrett si rivela decisivo ai fini di una sentenza. Del resto, negli scorsi mesi – quando era ancora in carica la giudice liberal Ruth Ginsburg – la Corte Suprema aveva difeso (con maggioranza di cinque a quattro) restrizioni statali riguardanti luoghi di culto in California e Nevada. La vicenda sta quindi già riaprendo il dibattito politico sullo spostamento degli equilibri interni al massimo organo giudiziario statunitense, dopo la recente nomina della stessa Barrett da parte di Trump. Se infatti Roberts si sta sempre più frequentemente schierando con i colleghi di nomina democratica, l’arrivo della nuova togata ha rafforzato la compagine di orientamento originalista. Ed è proprio per diluirne l’influenza che una parte del Partito democratico sta chiedendo a gran voce una riforma volta ad aumentare il numero dei giudici: una linea già tentata invano da Franklin D. Roosevelt nel 1937. Joe Biden – da sempre scettico su questo punto – ha (un po’ genericamente) promesso in campagna elettorale di creare una commissione per studiare la questione, mentre le pressioni della sinistra democratica si fanno sempre più insistenti: tutto questo, nonostante una simile misura rischi seriamente di favorire quella stessa politicizzazione della Corte che si dice a parole di voler combattere. Fermo ovviamente restando che, se i democratici non riusciranno a conquistare la maggioranza dell’intero Congresso, sarà quasi impossibile per loro arrivare ad un incremento del numero dei togati. E intanto il futuro del Senato resta appeso ai due ballottaggi in Georgia.

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