C’è un’ultima speranza per Indi. La Corte deciderà tra oggi e domani
Indi Gregory (Imagoeconomica)
Il giudice inglese sta tenendo in debita considerazione l’offerta dell’ospedale Bambino Gesù, che potrebbe garantire alla bimba una vita più lunga, con trattamenti che ne limitino i disagi.

Il destino di Indi Gregory, la bambina britannica affetta da una malattia del Dna mitocondriale i cui medici, nel suo «best interest», intendono staccare il respiratore che la tiene in vita, è ora nelle sole mani della magistratura inglese, e precisamente del giudice Robert Peel. L’udienza di due ore tenutasi ieri al Queens building delle Royal courts of justice, nel centro di Londra, non è infatti stata risolutiva del caso, ma ha visto il confronto tra due voci.

Da una parte, guidati dall’avvocato Louis Browne KC, per oltre un’ora i legali di Claire Staniforth e Dean Gregory – i genitori della bimba, contrari alla sottrazione dei supporti vitali e desiderosi che contini a vivere – si sono battuti alla grande, argomentando in favore del trasferimento della piccola in Italia, alla luce della disponibilità ad accoglierla, di cui raccontava ieri La Verità, resa in modo ufficiale dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Dall’altra parte, la difesa del Queen’s medical centre di Nottingham e la curatrice del minore si sono invece opposti al trasferimento nel nostro Paese, sostenendo che sarebbe rischioso e foriero di possibili sofferenze inutili – le loro argomentazioni sono tuttavia risultate stringate e di maniera. L’avvocato Scott Matthewson, che rappresentava l’ospedale, si è infatti limitato a dire che, se da un lato «la famiglia» della bambina «vuole comprensibilmente fare tutto il possibile per ottenere ciò che crede sia nel suo migliore interesse», dall’altro «non esiste» alcun riscontro né base «su come il trasferimento in Italia possa essere gestito in sicurezza o perché le cure palliative in un luogo diverso siano nel migliore interesse di Indi».

Terminati gli interventi, il giudice Peel si è ritirato per preparare il pronunciamento, affermando che la sua decisione sarà comunicata domani pomeriggio o al più tardi giovedì.

Simone Pillon, avvocato formalmente incaricato dalla famiglia Gregory di seguire gli interessi della bambina in Italia – e che in questi giorni ha tenuto i contatti anche con il Bambino Gesù di Roma -, ha seguito l’udienza da remoto. «L’ho trovata molto complessa e accurata», ha riferito alla Verità. Alla fine l’intera questione è concentrata su un aspetto: quale sia davvero il «miglior interesse» per Indi Gregory. «Tutto ruota adesso attorno al concetto di “best interest”», sottolinea ancora Pillon, evidenziando che il dilemma è il seguente: «Meglio una vita corta ma senza sofferenze o una vita con qualche sofferenza fisica, ma più lunga?». Quello che le cure dell’ospedale di Roma possono offrire alla bambina inglese, attenzione, va però oltre un semplice suo mantenimento in vita. «Il piano terapeutico del Bambino Gesù», evidenzia infatti sempre Pillon, «offre una prospettiva di vita più lunga, proponendo interventi che limitino i disagi e le sofferenze per Indi».

Resta da capire se detto piano terapeutico sarà ritenuto percorribile o meno dalla Corte, alla luce anche delle perplessità dell’ospedale di Nottingham. Ad ogni modo, nelle prossime ore il verdetto sarà reso noto e troverà così conclusione una vicenda che, in realtà, ha avuto inizio praticamente con la nascita di Indi Gregory, il 24 febbraio 2023. La bambina, come già si accennava in apertura, è infatti già venuta al mondo con una malattia genetica degenerativa estremamente rara, nota come sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, che in buona sostanza impedisce alle cellule di produrre energia sufficiente per sostenere il corpo.

Per questo motivo la piccola è rimasta dal principio paziente nell’unità di terapia intensiva pediatrica del Queen’s medical center. Le cose sono cambiate quando, dopo sei mesi, i medici della struttura hanno fatto sapere ai suoi genitori che non era più nel «miglior interesse» di Indi ricevere cure e che sarebbe stato meglio, quindi, lasciarla morire. La contrarietà della famiglia della bambina ha dato il là a un braccio di ferro giudiziario che dura ancora adesso; e che potrebbe consentire il trasferimento della piccola in Italia. Se infatti da un lato è vero che chi dovrà decidere sulla questione, alla fine, è quel Robert Peel dell’Alta corte britannica che nelle scorse settimane, sia pure «con il cuore» appesantito, aveva dato l’ok dalla sottrazione delle terapie, dall’altro non è meno vero che l’offerta terapeutica del Bambino Gesù, ospedale d’eccellenza in ambito pediatrico, costituisce un elemento del tutto nuovo sulla vicenda.

Prova ne sia che lo stesso Peel, nel corso dell’udienza di ieri, non si è dimostrato a priori contrario, rispetto alle argomentazioni del team di legali della famiglia, anzi. «Era molto attento alle nuove argomentazioni», conferma alla Verità Pillon, che ha trovato il giudice «propenso a valutarle nel dettaglio». Non resta da augurarsi che così sia e che alla piccola e già sfortunata Indi Gregory sia consentito di volare in Italia, per essere ancora sostenuta con cure e terapie. Arduo, in effetti, immaginar che il suo «best interest» possa essere un altro.

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