Doveva essere il trionfo di Luiz Inácio Lula (o almeno così ci avevano detto). E invece le cose sono andate un po’ diversamente. Contrariamente ai pronostici, le elezioni presidenziali brasiliane di domenica non hanno avuto un vincitore, visto che nessuno dei candidati in lizza ha superato il 50% dei consensi. Ragion per cui si terrà un ballottaggio il prossimo 30 ottobre. Lula, che è stato presidente dal 2003 al 2011, pur piazzandosi primo, si è fermato al 48%, mentre il presidente uscente, Jair Bolsonaro, ha conquistato il 43% dei voti. Un distacco molto più ridotto di quello che era stato preconizzato (l’ultimo sondaggio Datafolha aveva dato l’attuale capo dello Stato 8 punti indietro rispetto al risultato che ha poi ottenuto). Bolsonaro quindi non solo ha retto sul piano del duello presidenziale, ma il suo Partito liberale ha anche fatto incetta di seggi al Congresso nazionale, riuscendo ad arrivare primo sia alla Camera sia al Senato. Ne consegue che, se anche Lula dovesse spuntarla al ballottaggio, si ritroverebbe a governare con enormi difficoltà. Fermo restando che la partita presidenziale, a oggi, appare tutt’altro che chiusa.
Innanzitutto la Cnn ha riferito che, pur a fronte di un’affluenza più alta del previsto, circa 32 milioni di cittadini si sono astenuti: un bacino, questo, che potrebbe rivelarsi dirimente il prossimo 30 ottobre. In secondo luogo, bisognerà capire che cosa faranno gli elettori dei partiti minori. Alle presidenziali dell’altro ieri, Simone Tebet – la leader dello schieramento centrista Movimento democratico brasiliano – ha ottenuto il 4% dei consensi, seguita da Ciro Gomes – a capo del Partito democratico laburista – che ha preso il 3%. Inoltre, sebbene Lula resti il favorito sulla carta, proprio il risultato delle elezioni parlamentari potrebbe indirettamente favorire Bolsonaro al secondo turno.
Altro dato da non sottovalutare: il presidente uscente ha stracciato Lula in tutti gli Stati del Sud, staccandolo quasi ovunque di numerosi punti. Il candidato di sinistra, dal canto suo, ha conquistato quasi tutti quelli del Settentrione. Tuttavia, mentre nel Nordest il suo vantaggio è netto, nel Nordovest la partita si presenta più contendibile. Tutto questo per dire che l’esito del ballottaggio si prospetta molto più aperto di quanto qualcuno voglia dare a intendere. Quanto accaduto domenica mostra ancora una volta come i sondaggi incontrino notevoli difficoltà a effettuare previsioni elettorali attendibili in contesti politici fortemente polarizzati. Non a caso, ieri il Guardian riferiva di una grande delusione tra gli elettori di sinistra, non solo perché Bolsonaro alla fine ha tenuto alle presidenziali, ma anche per la sua vittoria al voto parlamentare.
A livello generale, la tensione resta alta. La campagna elettorale finora è stata infarcita dagli insulti dei due acerrimi nemici, mentre non sono mancati episodi di violenza. Bolsonaro, è noto, viene da più parti tacciato di essere un leader fortemente controverso. Hanno detto che si rifiuterà di riconoscere un’eventuale sconfitta elettorale ed è stato ampiamente criticato per la gestione della pandemia e per la deforestazione amazzonica (un problema, questo, che – andrebbe detto – presenta tuttavia radici ben più antiche della presidenza Bolsonaro, iniziata nel gennaio 2019). Dall’altra parte, anche Lula ha i suoi problemi. Nel 2017, venne condannato per corruzione e riciclaggio: provvedimento che venne annullato a marzo dell’anno scorso. Guardando poi all’Italia, ricordiamo che Lula, da presidente, si oppose all’estradizione di Cesare Battisti (salvo poi chiedere tardivamente scusa nel 2020). Estradizione che, al contrario, Bolsonaro ha significativamente sostenuto. Si pone poi un problema di politica estera. Lula, che dalle nostre parti è piuttosto amato da un certo tipo di establishment, sposa posizioni non poi così fredde nei confronti della Russia: a maggio scorso, sostenne per esempio che la responsabilità della crisi ucraina fosse non solo di Vladimir Putin ma anche di Volodymyr Zelensky. L’ex presidente brasiliano ha inoltre mantenuto in passato una linea non certo ostile a Cuba e all’Iran (altri due Paesi piuttosto vicini al Cremlino).
Tutto questo rende ancor più paradossale la benevolenza mostrata da Joe Biden nei suoi confronti. Secondo Reuters, l’ex presidente brasiliano ha avuto un incontro con diplomatici statunitensi di alto livello a fine settembre. Per quanto sia stato ufficialmente detto che si trattasse di un incontro di routine, Reuters sottolineò che quel meeting fosse «significativo» e che nasceva anche in considerazione del vantaggio che i sondaggi attribuivano a Lula. Tra l’altro, non va trascurato che Bolsonaro – in forza della sua amicizia con Donald Trump – non è mai stato granché amato dal Partito democratico statunitense. Eppure le mosse di Biden rischiano di rivelarsi particolarmente miopi. Sia chiaro: non è che l’attuale presidente brasiliano non presenti degli aspetti controversi in politica estera.
Tuttavia, dovesse Lula vincere le elezioni presidenziali il 30 ottobre, ciò significherebbe un ulteriore smottamento a sinistra in America Latina: un fattore che, nel medio e lungo termine, per Washington potrebbe diventare pesantemente problematico. Basti pensare al fatto che l’amministrazione Biden ha progressivamente perso influenza sull’area, come dimostrato dall’ultimo (fallimentare) Summit of the Americas, tenutosi a giugno a Los Angeles.
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