Quella di papa Francesco a Verona non è stata una visita pastorale come tante altre. La connotazione politica e pacifista della tappa veneta di ieri di Francesco non è certo passata inosservata. A far da corona al Pontefice c’erano ieri Ong, associazioni ambientaliste, movimenti laici e cattolici come Sant’Egidio, le Acli, i Focolari, Libera, il Gruppo Abele, circoli culturali, comunità e centri antiviolenza. «È tempo di fermarsi, la guerra non è un destino ineluttabile. Oggi questa Arena apre uno spazio di pace, e il nostro obiettivo è che diventi anche uno spazio di azione politica», ha detto Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. «Abbiamo proposto cinque-sei percorsi di disarmo. Dobbiamo denuclearizzare i nostri territori e liberare il mondo dall’incubo delle armi nucleari», gli ha fatto eco Sergio Paronetto, di Pax Christi. E ancora: «Si devono disertare le discussioni che vedono la guerra come un male necessario, esprimere il dissenso verso l’industria delle armi coperta dai politici che la fomentano», ha attaccato don Luigi Ciotti. Di una Chiesa che «deve cambiare molto dal basso» ha infine, auspicato il missionario comboniano padre Alex Zanotelli.
E Francesco non ha mancato di arringare l’eterogenea folla di fedeli Vip veronesi, misto di ecologismo, pacifismo e immigrazionismo che ha fatto passare un poco in secondo piano l’affetto, sincero, riversato sul Pontefice dai cattolici veneti. «La pace non sarà mai frutto della diffidenza, dei muri, delle armi puntate gli uni contro gli altri», ha detto Bergoglio nell’incontro all’Arena di Verona durante il quale ha fatto abbracciare anche un palestinese e un israeliano, «non seminiamo morte, distruzione, paura. Seminiamo speranza. Non diventate spettatori della guerra cosiddetta inevitabile». Tra i tanti Vip e cantautori come Luciano Ligabue, in una culla della lirica come l’Arena di Verona, la vera chicca musicale è stata l’esecuzione del Piango su di voi del Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi («E vo gridando: pace! E vo gridando: amor!»). Al pianoforte si è seduta la stessa sovrintendente Cecilia Gasdia – «una vita da (grande) soprano», verrebbe da dire parafrasando il Liga – che ha accompagnato Sara Cortolezzis (soprano), Riccardo Rados (tenore) e il baritono Luca Salsi, volato da Parma dopo il trionfo al Regio della sera prima nella parte – ironia della sorte – di Scarpia, il terribile capo della polizia vaticana della Tosca di Giacomo Puccini.
«Nella nostra vita, nelle nostre realtà, nei nostri territori saremo sempre chiamati a fare i conti con le tensioni e i conflitti», ha continuato il Papa, trasferitosi nel frattempo allo stadio Bentegodi per la messa pomeridiana, «se l’idea che abbiamo del leader è quella di un solitario, al di sopra di tutti gli altri, chiamato a decidere e agire per conto loro e in loro favore, allora stiamo facendo nostra una visione impoverita e impoverente, che finisce per prosciugare le energie creative di chi è leader e per rendere sterile l’insieme della comunità e della società».
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