Ultima fermata pianeta Terra. Con un profilo rassicurante ma con un pensiero destrutturato al limite del cubismo è scesa dalla navicella spaziale Francesca Bria, consigliera d’amministrazione Rai in quota Pd, ad ammonire il governo in un’intervista a La Repubblica di «non rimuovere i vertici perché l’azienda deve rimanere libera. E poi «bisogna puntare sulla digitalizzazione senza però rincorrere le grandi piattaforme digitali o i social commerciali come Instagram».
Deve aver mandato al Festival di Sanremo una sosia, mentre lei era a cavallo di un satellite come il barone di Münchhausen, perché proprio ieri si è avuta conferma che la Rai si è lasciata passeggiare in testa dalle Big tech: chi vorrà vedere gli inediti del backstage del Teatro Ariston dovrà abbonarsi ad Amazon, dove fra qualche settimana Chiara Ferragni e Fedez saranno protagonisti della seconda serie di The Ferragnez.
Il timore da noi paventato qualche giorno fa è diventato realtà. Dopo aver regalato a influencer e rapper i contenuti social del festival in barba al regolamento dei diritti in esclusiva (su Instagram di Mark Zuckerberg si possono rivedere la discesa dello scalone di Chiara, il lungo monologo a sé stessa bambina e l’appello del marito allo spinello libero con J-Ax), Dagospia con un articolo di Davide Maggio ha scoperto che il «dietro le quinte» di Sanremo sarà parte integrante del film pronto per la piattaforma di Jeff Bezos. Ovviamente a pagamento.
Una bizzarria, una sconfitta per Raiplay bypassata in tromba e per gli altri programmi del servizio pubblico, impossibilitati ad accedere al retropalco proprio in osservanza all’esclusiva e fermati da inflessibili valletti alla porta carraia. Ma soprattutto è uno schiaffo ai cittadini che pagano il canone ma vengono esclusi dal gran ballo del gossip. Poiché i manager Rai (soprattutto Stefano Coletta) non riescono a difendere i loro diritti d’immagine sui social, potrebbero chiedere lezioni all’entourage della Ferragni, che si è rifiutata di partecipare allo speciale di domenica «dietro le quinte» proprio perché legata contrattualmente ad Amazon.
La Rai produce contenuti e ha bilanci in contrazione mentre tutti gli altri moltiplicano i dividendi gratis, nel silenzio imbarazzante anche del sindacato di Viale Mazzini. L’immagine generale è sconfortante, mostra un servizio pubblico in ginocchio proprio dai Ferragnez e dai tycoon siliconvallici che Bria vorrebbe tenere opportunamente lontani. La Rai non li rincorre, semplicemente si è già fatta cannibalizzare. Di conseguenza ci aspettiamo che la consigliera progresssita faccia fuoco e fiamme in cda contro la presidente Marinella Soldi e l’ad Carlo Fuortes, responsabili politici del pasticcio. Una pia illusione, visto che il gotha amministrativo danza allegramente nei dintorni del Nazareno e non ha mosso foglia per spiegare l’arcano.
«La Rai resti libera», tuona lady Bria. Una frase ridicola a cominciare dal verbo «resti» poiché l’azienda è legata a doppio filo ai partiti dalla nascita ed è un formidabile presidio rosso. Chi la guida intende la parola «libertà» come sinonimo di «uniformità»: chi non ha la patente di sinistra non esiste e non ha voce in capitolo. Poi c’è il pulpito, lucido, di mogano, con il microfono sempre collegato, dal quale arriva il messaggio democratico. La consigliera parla come se non ne avesse mai visto uno, ma qualche mese fa (erano i giorni della crisi del governo Draghi) proprio lei fu sorpresa in un ristorante alla Garbatella in fitta conversazione con l’allora ministro Andrea Orlando, leader della corrente dem-dem. Improbabile che non sappia perché siede in cda e quale partito rappresenta, mentre invoca la purezza di spirito «contro la censura preventiva» dei barbari di centrodestra. Poi tutto questo è relativo, visto che la Rai arcobaleno non sposta più un voto.
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